Arriva «Nativity» kolossal religioso nel solco di Gibson

Abbiamo visto in anteprima il film che narra la nascita di Gesù in uscita il primo dicembre in tutto il mondo. Il 26 novembre sarà mostrato in Vaticano. Tanti i tributi al regista di «The Passion»

Andrea Tornielli

da Milano

Non era facile sottrarre il racconto della nascita che ha diviso in due la storia e che miliardi di persone, pur non credendo ogni giorno inconsapevolmente celebrano quando, per esempio, scrivono la data in una lettera, dall’atmosfera dolciastra della fiaba alla quale ci hanno purtroppo abituati tanti sceneggiati Tv. Non era facile rendere lo scarno e cronachistico racconto degli evangelisti Matteo e Luca (gli unici a raccontare le circostanze della nascita di Gesù) realizzando un film dal forte impatto emotivo che non scivola mai, se non all’ultimissimo minuto dei novanta della pellicola, nel quadretto devozionale e nella scenografia da presepio.
Quella storia e quella nascita così nascosta e così anomala, ripetuta da duemila anni, intrisa di violenza fin dal primo momento a causa della strage degli innocenti voluta da re Erode, arriva nelle sale il 1° dicembre con il film Nativity, che Il Giornale ha visto in anteprima e il pomeriggio di domenica 26 novembre sarà proiettato in Vaticano. Bisogna dare atto alla regista Catherine Hardwicke e alla protagonista femminile, la brava Keisha Castle-Hughes, sedicenne attrice australiana nelle cui vene scorre sangue maori, venuta alla ribalta quattro anni fa come interprete del film La ragazza delle balene, di aver realizzato una trasposizione della storia del Natale non banale né addolcita, molto fedele al testo evangelico e accurata nei particolari. Nativity avvince, pur narrando una trama tra le più note dell’umanità. Il leit-motiv della pellicola è la frase biblica tratta dal primo libro dei Re: «Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero». E Dio era lì. Un «vento leggero» è quello che soffia nella scena cruciale dell’annunciazione, accompagnata da una delicata rivisitazione in chiave moderna della melodia dell’inno gregoriano Ave Maris stella, così come i momenti più belli del film sono quelli dove il gioco «leggero» degli sguardi dice più di tante parole. Lo sguardo della Madonna, quello di Giuseppe (Oscar Isaac), quelli imbarazzanti e imbarazzati della gente del villaggio di Nazaret di fronte alla gravidanza di Maria, rimasta incinta prima di andare ad abitare con il suo promesso sposo, quello del vecchio pastore al quale viene fatto il «dono» di essere il primo ad adorare il neonato di Betlemme.
Anche se la casa di produzione è diversa, regista, sceneggiatori e attori pure - gli unici punti di contatto sono lo stesso costumista Maurizio Millenotti e la stessa casa distributrice, la Eagle Pictures - Nativity risente molto della Passione di Cristo firmata da Mel Gibson. Non solo per la fedeltà della ricostruzione storica (la Hardwicke prima di diventare regista ha fatto la scenografa e ha voluto che ogni dettaglio del set fosse accuratamente fedele alle usanze della Palestina di duemila anni fa), ma anche nella colonna sonora, negli effetti, nei dettagli della fotografia. Un tributo esplicito e voluto, è il tema musicale scelto per la scena della nascita di Gesù, identico a uno dei brani della Passione di Gibson. Un tributo meno esplicito, ma comprensibile, dato il successo del precedente film, l’uso in più passaggi - anche se molto discreto - della lingua ebraica. Ma ad accomunare le due pellicole è anche il set: molte scene di Nativity sono state girate infatti a Matera, dove ormai i grandi autori, da Pasolini a Gibson hanno individuato la loro Gerusalemme.
Riuscita è anche la resa delle figure dei re magi (tre secondo la tradizione, anche se nei vangeli il numero non è indicato), saggi persiani capaci di scrutare le costellazioni e di accorgersi dell’eccezionale congiuntura astrale annunciatrice dell’arrivo del messia. Come da copione il «cattivo», Erode (Ciaran Hinds), che spietato lo era davvero.
Il film scade nell’ultima scena, subito dopo la nascita, quando nel giro di pochi istanti, dopo l’adorazione dei pastori e dei magi, e un’inquadratura da presepio con tanto di raggio luminoso che inonda la grotta di Betlemme, Giuseppe e Maria fuggono in Egitto quella notte stessa, perché Erode ha dato ordine di uccidere tutti i bambini sotto i due anni. Fatti che dallo stesso racconto evangelico si comprende essere avvenuti in momenti diversi.