Arriva Richie Havens, leggenda di Woodstock

Toccò a lui aprire con «Freedom» quello che sarebbe diventato il festival più famoso del mondo

Antonio Lodetti

Chi ama il rock non può non ricordare con tenerezza le immagini che hanno dato il via al festival di Woodstock. Agosto 1969, un ragazzo di colore in caffetano bianco suona la chitarra acustica con ritmo epilettico - battendo forsennatamente il tempo con il piede - rileggendo l’antico spiritual Motherless Child e trasformandolo nell’inno generazionale Freedom.
Quel ragazzo è Richie Havens, 65enne che senza troppi clamori incarna ancora oggi lo spirito di quella generazione attraverso i suoi concerti e i suoi dischi. Porta ancora il caffetano, ha una lunga barba ieratica che fa da cornice ad un cranio eburneo e ad un sorriso aperto e sincero e non abbandona mai la sua fedele chitarra, con cui si accompagnerà stasera e domani al Blue Note in quattro concerti (due per sera, alle 21 e alle 23.30 come di consueto per il jazz club di via Borsieri).
Havens inaugurò Woodstock quasi per caso, perché gli altri musicisti erano rimasti bloccati da un gigantesco ingorgo stradale.
«Tutti si aspettavano centomila persone - ricorda Havens - quando videro mezzo milione di giovani l’organizzazione saltò completamente. Dovettero noleggiare degli elicotteri per trasportare gli artisti, io suonai per primo perché, con i miei tre musicisti, non avevamo né amplificatori né strumenti ingombranti».
Così nacque una leggenda, anche se Havens si era già fatto notare negli avventurosi meandri del glorioso Greenwich Village accanto a cantautori come Fred Neil e Bob Gibson («loro mi hanno fatto smettere di cantare il doo woop per passare alle canzoni vere»), poi al Newport Folk Festival del 1966 e all’Isola di Wight nel ’69, strana figura a cavallo tra il predicatore, il bluesman e il cantore folk di protesta.
Autore (There’s a hole In the Future, The parable of Ramon e recentemente brani come By the Grace of the Sun - titolo di un suo cd) ma anche grande interprete dei brani di Dylan («le sue canzoni hanno avuto un effetto magico su di me»); la sua versione della dylaniana The Times Thy Are A-Changin’ ha fatto da colonna sonora a un famoso spot televisivo in America. «Sono fiero di questo brano, è uno dei miei preferiti di Dylan e, quando un’agenzia pubblicitaria ha scelto di usarlo per uno spot Dylan ha detto: “Chiamate Richie, ve la farà lui”».
Nel suo carnet anche pezzi dei Beatles, di Joni Mitchell, di Jackson Browne. Ma Havens non vive nel passato; continua a incidere, a scrivere e di recente ha collaborato con Peter Gabriel e persino con la band inglese «elettronica» Groove Armada.
Ancora oggi tiene più di duecento concerti all’anno, mediando le sue radici ribelli degli anni Sessanta con le battaglie sociali di oggi e con un sano gusto dell’entertainment. «Lo spirito di Woodstock non è stato sesso droga e rock and roll, ma la nascita di una coscienza giovanile grazie ad una musica completamente nuova. Quello che accadde in quei giorni si respira ancora oggi in ciò che facciamo e soprattutto nelle canzoni che cantiamo. Non è nostalgia, è guardare in faccia la realtà».
Richie Havens nel suo imperdibile show acustico sarà accompagnato dalla seconda chitarra di Walter Parks e dal violoncello di Stephanie Winters.