Arrivabene, il «poeta» dell’immaginario

Luciana Baldrighi

Si chiama «Mirabilia Naturae» la mostra di Agostino Arrivabene ospitata fino a fine mese nelle sale della Galleria Antonia Jannone di corso Garibaldi 125. E mai titolo fu più appropriato per un’esposizione dedicata alla natura morta ma che in realtà è uno straordinario concentrato di virtuosismo tecnico nonché di sapiente sottigliezza metafisica nel trasformare oggetti in apparenza inanimati in veri e propri interrogativi psicologici. «Virtuosismo dell’immaginario», definisce così Fabrizio Dentice, in uno dei testi che accompagnano il catalogo, il modo di dipingere di questo artista nemmeno quarantenne. «Purezza cristallina della verità nuda e intima, cercata nella sostanza e trasparenza d’ogni cosa e perseguita anche, spesso, nella sconcertante incongruità degli insiemi».
Di questa «incongruità» fanno bella mostra di sé insetti e coleotteri esotici e dalle forme più insolite, crani umani e di animali, conchiglie e fossili marini, pietre, piume e arbusti «apparecchiati» su tavole ricoperte di bianchi teli come fossero cesti di frutta, trofei di selvaggina. Il tutto acquista un sapore surreale antico eppure così sinistramente moderno da giustificare perché Vittorio Sgarbi abbia voluto alcune di queste opere prima nella mostra dedicata al surrealismo padano e poi in quella che aveva come motivo conduttore «Il Male», chiusasi or non è molto al Castello di Stupinigi.
Una delle chiavi di lettura dell’opera di Arrivabene può anche essere data dalla sua illustrazione del romanzo di Oscar Wilde «Il ritratto di Dorian Gray», un prezioso volume comissionatogli da Progetto Italia di Telecom lo scorso anno. L’estetismo, il culto della giovinezza e delle bellezza, il terrore della morte e della decadenza, l’inesausto tentativo di fermare il Tempo, così come la consapevolezza di come tutto sia destinato a disfarsi e di come solo l’arte possa, forse, attraversare i secoli spiegano questo susseguirsi di teatrini delle meraviglie, dove la vanitas vanitatum si fa magia, stupore, esaltazione.
Nato a Rivolta d’Adda, in provincia di Cremona, nel 1967, diplomatosi a Brera, la pittura di Arrivabene affonda le sue radici in maestri quali Leonardo e Dürer. E come scrive Philippe Daverio nell’introduzione al catalogo, «la voglia di dipingere nei modi più classici possibili non vuol dire essere retrò o citazionisti, ma, più semplicemente, atavici e radicati».