Arrivano i «passaporti pazzi» Istriano di Genova si ritrova serbo

Svegliarsi al mattino italiano e ritrovarsi, al pomeriggio, di colpo, serbo-montenegrino. In Italia, e a Genova, può succedere anche questo. Ed io ne sono stata testimone diretta.
Mio padre, E. Nacini, nato nella città istriana di Albona 67 anni fa e genovese da oltre mezzo secolo, nel giugno scorso, scaduto il vecchio passaporto, ha deciso di richiederne uno nuovo alla Questura. Dopo poco più di un mese il documento è stato consegnato, apparentemente corretto. Ma nello spazio adibito al luogo di nascita qualcosa non andava: a fianco alla parola Albona, compariva la misteriosa sigla «SCG». Alla richiesta di chiarimenti il commissariato competente, quello di San Fruttuoso, non sapeva rispondere: mai vista una scritta del genere, sembravano dire le facce degli impiegati. E così è cominciata l’odissea.
Quelle tre lettere, messe in fila in maiuscoletto, non erano nient’altro che l’indicazione internazionale della Serbia-Montenegro, Paese molto lontano dall’Istria e che, soprattutto, non esiste più dal 2006, da quando cioè il Montenegro si è reso indipendente con un referendum; ma come c’erano finite sul passaporto di un cittadino italiano? Forse i computer del commissariato hanno qualche problema di geografia? O forse non è concepibile per alcun cervello elettronico che una persona possa essere nata in un territorio travagliato, prima italiano, poi jugoslavo e infine croato? Arduo conoscere la risposta a tali quesiti. Quel che è certo è che quella sigla, prima di fare la sua comparsa a Genova, era spuntata già in altre città, suscitando sconcerto ed indignazione, ed è a tutti gli effetti illegale. C’è infatti una legge, la numero 54 del 1989, che tutela tutti i cittadini nati in comuni - è scritto testualmente - «già sotto la sovranità italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati», e stabilisce che in ogni documento, come luogo di nascita, si riporti solo il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene. Peccato, però, che questa norma venga puntualmente disattesa, e non solo all’Ufficio Passaporti. Se un esule istriano, ma - immagino - anche un cittadino italiano nato in Libia o in Etiopia, tenta infatti di fare un bonifico in banca può sentirsi dire cortesemente dall’impiegato di turno «Mi scusi, le sue carte non sono in regola» e deve andarsene con la coda tra le gambe dirottando la commissione su qualche familiare; se invece prova ad attivare una procedura di roaming internazionale con carta di credito per il proprio cellulare la risposta più frequente è: «I suoi documenti non sono allineati; il pc non me li accetta». Per non parlare poi di cosa può accadere all’estero alla presentazione di titoli d’identità e passaporti fantasiosi e scorretti. Insomma, questa è la storia di tanti novelli «fu Mattia Pascal», che un po’ ci sono e un po’ non ci sono al tempo stesso, e con un unico lieto fine: dopo varie proteste e oltre quattro mesi di attesa il passaporto di mio padre è finalmente arrivato. Come per legge, senza Paese di nascita.