Arrivano i razzi Godiamoci Bolt e i suoi fratelli

Chi vince? Conosce la risposta perfino un bimbo. Nome facile, lo sanno pronunciare tutti. Dici Bolt e non sbagli. Bolt come Clay, come Lewis, come Coppi, come Schumi, come Senna. Sono un timbro, un marchio, un’ancora cui aggrapparsi quando insegui l’immagine di un campione. Ma Bolt ci sta togliendo un pizzico di fantasia. Chi vince? E non riesci a trovare alternativa. Guardiamoci pure questa finale dei 100 metri, la regina delle gare che cerca il re dell’atletica. Cercando di strapparci via quello sbuffo di sopportazione per un risultato che sembra scontato. Non c’è nulla di più esaltante, eccitante, rabbrividente quando un’intero stadio si mette in silenzio, religioso e assoluto, rispettoso e conscio dell’attimo che sta per vivere. Ecco, lo stadio dell’atletica sa vivere il fremito della suspence.
Poi è lo sparo, il cuore in gola per tutti, il fiato tirato. Infine è Bolt. Almeno da quattro anni a questa parte. Visto ieri, visto prima, visto dopo tre anni dalle Olimpiadi di Pechino, dopo due dai mondiali di Berlino. Forse più umano, magari meno gassato, perfino più grande, cioè più uomo. Ieri ha corso come stesse portando a spasso una carrozzina: partenza da super, seguita da passeggiata. E gli altri dietro ad arrancare. Tre pianeti di differenza, d’accordo era gente di basso rango. Il suo tempo (10”10) è stato il migliore dei quarti di finale, ma la dice lunga sullo sforzo: abituato a scendere come niente fosse sotto i 10 secondi, per poi ragionare sul resto. Il meglio degli avversari era nelle altre batterie. Tutta gente sua. Ovvero made in Giamaica: Blake (10”12, secondo miglior tempo), Carter (10”26 ma un’ottima impressione), Frater (10”26), ripescato per sostituire Powell, subito in rampa di lancio. I giamaicani sono una squadra, un muro per chi voglia batterli in staffetta, fanno scuola e fanno trend. Splendidi atleti, superbi sprinter, ma un po’ folli e qualche volta poco raccomandabili: Mullings è finito nei gangli del doping, Powell si è fatto male sul più bello.
Maurice Greene l’ex re del mondo ha fatto i complimenti a Bolt. «È migliorato nella fase di partenza». Ma gradisce anche altro. Si, tanto per non sbadigliare stamattina quando i centisti si giocheranno la semifinale e, all’ora del pranzo, la finale. «Ho visto forte Yohan Blake. Non dico che vincerà, ma potrà essere una grande sorpresa. Ha qualità fisiche e mentali per diventare campione. E ricordate che ogni mondiale riserva sorprese». Ecco. Qui sta il problema: inseguire con Bolt la soglia della leggenda. «Devo vincere 100, 200 e staffetta. Il passato è passato, io penso solo al futuro», ha detto lui, ricordando che nessun altro ha raccolto la tripletta in due mondiali diversi. Oppure stamparsi negli occhi la fotografia di un bianco in un mare nero, per esempio. Il bianco è il francesone Christian Lemaitre che ieri si è infilato nella sua galleria del vento, uscendone con il terzo miglior tempo (10”14) tenendo a distanza Justin Gatlin, ripescato dai suoi trascorsi di doping, speranza americana, insieme a Dix, per evitare un flop annunciato.
Se i quarti hanno detto la verità, il gioco delle medaglie (argento e bronzo) sarà tra il made in Giamaica e il bianco-latte francese che ti mette allegria, perché dimostra che il mondo dello sprint non può essere solo nero cannone. Anche se Kim Collins, 35 anni, quel filo d’uomo dell’isola di Saint Kitts spuntato fra muscoli troppo gonfi ai mondiali 2003, è ancora lì a ridersela con un tempo di rispetto (il terzo dei quarti).
Ridersela, sì. Anche con Tuvalu Sogelau, un ciccione samoano di 17 anni, diventato sorta di mascotte dopo i 100 metri delle batterie per gli iscritti senza minimo. Di solito lancia il peso, ma non essendo riuscito a qualificarsi, ha dirottato l’interesse sui 100 m. Risultato: 15”66, secondo tempo più lento di tutte le 13 edizioni dei mondiali e una fama da goliardo mandata in circuito sulla tv coreana e su YouTube. Si vince anche così.