Arrivano quelli dell'altra haka: i Samoani, pochi, vagabondi e cattivi

Dopo la buona prestazione di San Siro contro gli All Blacks, l'Italia si prepara a incontrare il Sudafrica. Ma le speranze di vittoria sono tutte per la partita del 21 ad Ascoli Piceno

Una sconfitta più che onorevole sabato scorso a Milano contro la Nuova Zelanda. Un'altra sconfitta - secondo tutte le previsioni dei bookmakers - in arrivo sabato prossimo a Udine contro il Sudafrica. E così a dare un senso definitivo al novembre di fuoco del rugby italiano sarà soprattutto il terzo e ultimo dei test match in programma: quello del 21 novembre contro le Isole Samoa nell'inconsueta location di Ascoli Piceno. Perchè se contro All Blacks e Springboks gli azzurri partono da sempre con poche speranze, contro le Samoa siamo andati sempre a giocarcela. Dopodichè le abbiamo sempre prese, tre sconfitte su tre test match: ma sempre con la sensazione di essere, se non all'altezza dell'avversario, non tanti gradini più in basso. Ultimo risultato, il 9 a 17 del novembre 2001 all'Aquila. Tanto che nel rank internazionale, la classifica planetaria delle potenze rugbistiche, loro stanno appena sopra di noi: undicesimo e dodicesimo posto.
Così è contro i samoani che si avrà la conferma (o la smentita) dei progressi messi in mostra sabato scorso a San Siro, quelli che hanno consentito agli azzurri di creare una barriera difensiva davanti alle incursioni degli All Blacks. Davanti ci troveremo una squadra che è tutto il contrario - nonostante la vicinanza geografica - dei neozelandesi: la nazionale di un rugby povero, non un gruppo compatto di giocatori ma una comitiva di apolidi che durante l'anno giocano sparsi per il mondo e si ritrovano per indossare la maglia del loro paese solo pochi giorni prima dei tour. Unico elemento in comune, la danza di guerra che precede tutti i match ufficiali. Come Nuova Zelanda, Fiji e Tonga, anche i samoani hanno la loro haka: «E vi posso assicurare - racconta Diego Dominguez, il più grande mediano di apertura della storia italiana - che è molto più aggressiva di quella neozelandese, per quanto incredibile possa sembrare».
Stiamo parlando della squadra di un paese quasi infinitesimale, 183mila persone sparse in una spolverata di isolette nel cuore del Pacifico. Cinquemila rugbisti in tutto. Eppure leggendari per la loro passione, come scopre chi - vagando di villaggio in villaggio - trova tra le capanne all'improvviso i pali delle porte di rugby, fatti di rami inchiodati. I talenti migliori delle Samoa - come anche delle Tonga - se li ruba da sempre la Nuova Zelanda, che nazionalizza e alleva a suon di dollari. Ma quelli che restano con la maglia blu con lo stemma della Croce del Sud sono stati sufficienti finora a suonarci regolarmente. E la cronaca dei giorni scorsi non è fatta per tranquillizzare il tecnico azzurro Nick Mallet: i samoani sono sbarcati in Europa per il loro breve tour, sono andati a Cardiff e hanno fatto vedere i sorci verdi al Galles, uscendo sconfitti con un ottimo 17-13. Sabato prossimo saranno a Parigi, poi scenderanno ad Ascoli. Lì si scoprirà se il rugby italiano sta davvero diventando adulto.