Arrivato a Milano nel 1992 grazie a una borsa di studio dell’Istituto Beato Angelico, ha esposto a New York, Zurigo, Bergamo e Venezia Un artista albanese oltre il pregiudizio Adrian Paci, pittore e sperimentatore, si presenta alla vigilia di una persona

«Mi stimola essere considerato straniero. Il nostro sguardo vibra, non è mai statico»

Francesca Amé

Possiamo essere nomadi per necessità, per vocazione o per caso. Adrian Paci lo è grazie a tutti questi fattori mescolati insieme. Sguardo dolce e italiano curato di chi pesa una a una le parole che pronuncia, Adrian Paci è un artista. Un artista albanese.
Sgomberiamo subito il campo da equivoci: non è un creativo di strada, un madonnaro o un giocoliere, ma un pittore che sino ad oggi - e Adrian è giovane: classe 1969 - ha sperimentato il video, la pittura, l’installazione, la scultura e la fotografia con ampio successo. «L’arte ho cominciato a respirarla presto in casa - racconta -, mio padre faceva il pittore». E subito ci lascia intravedere uno spaccato dell’Albania a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta: le famiglie che vivevano con poco ma dignitosamente, la religione bandita, le difficoltà. Persino l’arte era trascurata: «A scuola si arrivava a studiare il passato sino all’impressionismo, poi il nulla. Non sapevamo niente di quello che accadeva nel mondo. Non conoscevamo Picasso, Wahrol, niente di niente».
Un quadro che sembra stridere con le note professionali dell’autore: ha esposto al MoMa di New York, a Zurigo, in Svezia e poi alla Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo, all’ultima Biennale di Venezia e - da oggi - nella prestigiosa sede della Galleria civica di Modena (sino al 16 luglio, ingresso libero) per una mostra curata da Angela Vettese. Che cosa ci fa un albanese alla corte di una delle più stimate critiche d'arte? Crea, e crea benissimo.
Per capire qualcosa in più abbiamo incontrato Adrian Paci qualche giorno fa in un caffè in via dell’Orso, nei pressi della Galleria Francesca Kaufmann dove è di casa: poco preoccupato dell’importante debutto, Adrian ci dice di non amare le etichette. Anche quella di artista albanese gli va stretta. «Quando sono arrivato in Italia, nel 1992, ero consapevole di essere un privilegiato, ma anche una vittima di molti pregiudizi. So che gli sbarchi dall’Albania hanno creato tensioni e ancora oggi a Milano mi sento uno straniero. Non è un male: tale sospensione non è comoda, ma stimolante per me. Lo sguardo di uno straniero vibra, non è mai statico».
Estraneo al circuito dell’arte in Italia («preferisco contattare colleghi internazionali: per questo uso Internet, la nuova frontiera di comunicazione per noi artisti», dice), deve parte del suo successo alla religione. Quando agli inizi degli anni Novanta l’Albania cominciò ad aprirsi ai culti pubblici, prima vietati dal governo, l’Istituto Beato Angelico di Milano finanziò una borsa di studio per uno studente albanese meritevole. Adrian la vinse e per tre anni si dedicò a Milano al tema del corso: «Arte e liturgia». Farà in seguito la spola tra le due sponde dell’Adriatico sino a decidere, nel ’97, di vivere definitivamente a Milano. «Sono tornato con un biglietto regolare mentre tanti miei connazionali praticavano vie più avventurose», racconta. La sua arte, fatta ora di dipinti realistici, ora di video, ora di performance, attinge alle tradizioni albanesi: «Il materiale che ricevo dal mio Paese, come foto o notizie, mi stimola: la distanza aiuta a comprendere i fenomeni», spiega. E aggiunge: «Lo sviluppo dell’arte in Albania è simile a quello che accade con gli sbarchi in Italia. Si avanza con entusiasmo, ma anche con tanta ingenuità».
francesca.ame@tin.it