In arrivo nuovi sacrifici per tutti Ma chi rilancia l’economia reale?

Euforia, grande euforia. Giustificata. L’operazione condotta dai Paesi dell’Unione europea è spettacolare. Pochi credevano che Eurolandia avesse i numeri per respingere, nell’arco di un weekend, l’assalto della speculazione, la cui sconfitta non è ovviamente solo morale: hedge funds, fondi di investimenti, banchieri di Wall Street rischiano di veder svanire cifre colossali, come accade sempre quando il mercato gira d’improvviso. Giusto così. Eppure forse già domani ci accorgeremo che il futuro potrebbe non essere così brillante, perché nella convulsione di queste ore nessuno pensa alle ricadute sull’economia reale e perché, ancora una volta, si è palesato lo straordinario potere di ricatto del mondo finanziario.
Eppure un anno e mezzo fa la speranza era grande. Dopo la crisi dei mutui subprime i grandi, a cominciare da Obama, avevano assicurato che l’era dell’avidità era terminata e che nuove regole per scongiurare rischi sistemici sarebbero state varate al più presto. Le stiamo ancora aspettando. Tutto è tornato come prima, forse addirittura peggio di prima.
Gli istituti che avevano disseminato il mondo di prodotti tossici non solo non sono stati chiamati a rispondere degli errori commessi, né a risarcire i danni, ma hanno ripreso a macinare utili, spesso più ipotetici che reali, ma sufficienti per distribuire ai propri manager bonus per 130 miliardi di dollari. Poi banche d’affari ed hedge funds hanno palesato la propria riconoscenza tentando di affossare gli Stati europei che negli ultimi 18 mesi, hanno accumulato debiti ingenti proprio per rimediare alle loro malefatte.
A quanto pare il disegno per scardinare l’euro è fallito, ma il sistema basato sulla finanza esce, paradossalmente, rafforzato. È quel mondo a dettare l’agenda, a imporre cambiamento epocali.
Un anno e mezzo fa per rimediare agli errori delle banche, i Paesi occidentali mandarono all’aria la disciplina finanziaria faticosamente perseguita per quasi vent’anni. Ora sono state violate regole che si consideravano inviolabili. Aiuti agli Stati in difficoltà? «Inconcepibile, sia il Trattato di Lisbona che quello di Maastricht li vietano espressamente», ci dicevano. Acquistare titoli di Stato in sofferenza? «Impossibile, lo statuto della Banca centrale europea non lo permette», ribadiva Francoforte, fino a venerdì scorso. Eppure sono bastate 24 ore per violare anche questi tabù; perché la finanza è più forte della democrazia, della sovranità popolare, degli accordi internazionali. È così forte da costringere le nostre società a vivere sotto costante pressione. Con ricadute pesantissime per l’economia reale.
Come nel 2008, come oggi. Già, perché il pacchetto da 750 miliardi varato a Bruxelles, richiederà nuovi sacrifici sia ai Paesi a rischio, come Grecia, Spagna e Portogallo, che dovranno adottare misure di austerità severissime, sia a quelli più ricchi, che vedranno ridursi e talvolta azzerare le risorse a propria disposizione e che a loro volta dovranno lavorare di cesoia.
Tagliare, soffrire. Soffrire, tagliare. Si può fare, ma dopo? Da quando c’è l’euro, i governi hanno dovuto accettare una pesante riduzione della propria sovranità monetaria ed economica. La necessità di rispettare i parametri di Maastricht limita la possibilità dei capi di governo di elaborare politiche economiche autonome. La sinistra non può aumentare la spesa pubblica, la destra non può tagliare le tasse, sempre per il timore di sfondare il deficit programmato. Ora quel margine si è assottigliato ancor di più, è un filo esile, nel momento in cui, invece, andrebbe rinforzato. Se vogliamo davvero uscire da questo periodo tormentato è necessario ricominciare a creare ricchezza. Ricchezza vera, non di carta. Dunque, adottando misure straordinarie e provvisorie. Gli effetti del taglio delle tasse sono positivi nel lungo periodo, le politiche keynesiane posso far ripartire un’economia asfittica, ma entrambe le politiche comportano squilibri a breve che vanno gestiti e pianificati.
Le soluzioni sono tante, eppure oggi l’Europa non può tentare né quella di destra né quella di sinistra. Deve continuare dritto pensando solo a ridurre i debiti pubblici. Può riuscirci, sia chiaro. Deve, ormai. Ma a quale prezzo?
Cosa produrranno greci, spagnoli e portoghesi quando il deficit rispetto al Pil sarà tornato al 3%? Cosa resterà della piccola e media industria italiana? Insomma, chi trainerà la slitta?