ARROGANTI E DISINVOLTI

L’Unione si spappola e il fatto che ciò fosse previsto non migliora l’aspetto grottesco della vicenda politica. Il governo si è frantumato ieri sia sul Dpef (che il ministro Ferrero di Rifondazione si è rifiutato di votare in Consiglio dei ministri) sia sul decreto Bersani dove la coalizione ha fatto marcia indietro, dopo aver gridato che indietro non si torna. Intanto, in Commissione Difesa abbiamo udito il ministro Parisi dire che la guerra al terrorismo è una priorità e che l’articolo 11 della Costituzione va letto per intero prima di liquidare un’azione militare. A quale maggioranza parlava, non si sa.
Non certo a quella di cui fa parte Lidia Menapace. Tutto ciò prefigura il naufragio per mancanza di coesione e perché, persino quando la maggioranza sembra unita, scappa di fronte al Parlamento avendo paura del Senato dove il fragile castello è destinato a crollare: l’ultimo voto di fiducia è passato grazie a tre determinanti senatori a vita. A parità di tempo, il Senato in questa legislatura ha lavorato un terzo di quanto lavorò 5 cinque anni fa. L’opposizione è stata ridotta al silenzio, o meglio costretta all’incidente per difendere non soltanto se stessa ma un principio che è patrimonio di tutti. Abbiamo fin dall’inizio indicato il blocco del Senato come un colpo di Stato antiparlamentare rendendoci ben conto del peso delle parole: ma mai era accaduto nella vita della Repubblica che una maggioranza e un governo mettessero in quarantena una Camera, come è grave che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che sentì la necessità di pronunciare un complesso discorso di insediamento per fugare qualsiasi ipotesi di parzialità, seguiti a tacere.
Quel che è avvenuto ieri poi illustra l’altra faccia della medaglia: non soltanto questo governo prende scorciatoie illegittime, ma la sua stessa maggioranza è in frantumi e quando è unita, come nel caso del conflitto con i tassisti, passa con incosciente disinvoltura dalle decisioni improvvise ed arroganti (prive della sia pur pallida idea di concertazione) a calare le braghe su tutta la linea. Ed è quanto è accaduto ieri quando i tassisti, dopo aver imposto con la loro protesta energica e paralizzante un incontro con il governo, lo hanno costretto a fare marcia indietro sulla questione delle licenze multiple che era la ragion d’essere del decreto. Abbiamo quindi una coalizione incerta, nevrotica, divisa ma autoritaria, fragile e pronta alla capitolazione.
Che cosa resta per esempio di questa vicenda dei taxi? Resta l’incasso di un effetto annuncio che ha saziato i palati più facili, ma ha anche dato l’idea delle linee guida di un governo che punta a castigare categorie professionali autonome (non coperte dal sindacato) e a privilegiare quelle dipendenti. La scelta di questa linea è dunque fragile e codarda perché non osa mettersi contro il disservizio che proviene da vaste aree dell’impiego pubblico e privato, preferendo colpire interessi di categorie che saranno anche corporativi ma che hanno una storia e una funzione nella società che non possono essere liquidate con un decreto dalla sera alla mattina. Il risultato finale è uno solo: la maggioranza, nata focomelica al Senato e con malformazioni gravi al suo interno, sta passando da uno stato di vita eccitata ma latente ad un esito fatale: dall’isterismo all’elettroencefalogramma piatto. E, quel che è peggio, calpestando le regole senza che nessuno fischi i falli e imponga il rigore.