Tra arsenico e nuovi merletti D&G e Armani si fanno neri

MilanoNon sembra una pace e neppure un armistizio. Ma una tregua che un regista metterebbe in scena con un sottofondo musicale da Cavalleria Rusticana, colonna sonora portafortuna di Domenico e Stefano. Ieri il ping pong di botta e risposta Armani-Dolce&Gabbana s'è fermato, ma non sappiamo per quanto. Ecco la spinosa questione relativa al plagio di un pantalone attraverso le dichiarazioni che hanno tenuto col fiato sospeso stampa e buyer nella quattro giorni di moda maschile milanese. I ragazzi del magico duo avevano replicato all'accusa di re Giorgio («Adesso copiano, domani impareranno»), con un annuncio muscoloso: «Sicuramente abbiamo ancora tanto da imparare, ma certo non da lui. Lo stile Armani non è mai stato per noi fonte d'ispirazione e da anni non guardiamo più le sue sfilate».
Oggi Armani ha restituito con queste parole: «Mi aspettavo più leggerezza e una maggiore capacità di scherzare. Copiare fa parte del nostro mestiere. L'importante è farlo bene e soprattutto riconoscerlo. Io stesso a volte ho copiato Chanel e Yves Saint Laurent. Ma non l'ho mai negato». Replica dei D&G: «Siamo stati attaccati e abbiamo risposto, ma non siamo arrabbiati. Comunque non abbiamo copiato Armani» e a chi chiedeva se la faccenda si sarebbe conclusa a tarallucci e vino hanno precisato: «No, perché non siamo pugliesi ma siciliani. Caso mai a cannoli!».
Tutto finito? Il made in Italy, sistema virtuoso di creatività e impresa, si augura proprio di sì anche perché sono tanti gli incidenti di percorso di questo tipo. In passato Franco Moschino, indimenticabile stilista di talento, amava ripetere che dopo Coco nulla era più inventabile. E si divertiva a far sfilare la sua versione del celebre tailleur Chanel o del tubino nero. Oggi assistiamo alle sfacciate copie di Balenciaga e ai rifacimenti di Lanvin. Spesso si tratta di contaminazioni dovute, per esempio, al passaggio di qualche designer da un ufficio stile all'altro. Da sempre è così. Peccato che le dispute si risolvano sui media e non in privato. Un po' d'aria fresca, comunque, arriva dalla moda e, per fortuna, alla sfilata D&G si respira il ricco e libero linguaggio della ricerca: «I consumatori della nostra generazione sono arrivati al lusso guadagnandoselo. I giovani, e non per colpa loro, dispongono invece di una marea di cose che danno per scontate». Per questo fra sei mesi l'immagine dei negozi D&G a Milano, Parigi, Londra e New York avrà un nuovo concept. E in vetrina arriveranno i pezzi più belli visti ieri in passerella e ispirati a Dorian Gray, l'edonista per eccellenza, personaggio di Oscar Wilde cui è dedicato il film di Oliver Parker di prossima uscita.
Fra marsine stampate con una nuova tecnica, giacche militari di velluto damascato o «arazzo», gessati da tight e jeans strappati, preziosi gilet e tocchi d'oro antico, papillon di raso o broccato e pantofole di velluto, ai giovani dandy è d'obbligo una raccomandazione: mai dimenticare i guanti, attitudine da far propria. Dato che come sentenziava il grande eccentrico inglese: «Niente di quello che merita d'essere conosciuto può essere insegnato».