Arsi dal fuoco per difendere la controaerea di Sestri Ponente

Alla fine di agosto del 1941 la guerra era in pieno sviluppo. Le armate tedesche, coadiuvate dall'esercito finlandese, costringevano i russi alla ritirata sul fronte Nord e circondavano Leningrado. Mussolini incontrò Hitler sul fronte russo, dove gli italiani si stavano battendo con valore. Si combatteva per Kiev, Novgorod e Odessa, sul Mar Nero. Gli anglo-russi invadevano l'Iran e il giovanissimo ciclista Fausto Coppi vinceva la «Tre Valli Varesine», distanziando Bizzi e Bartali. A Genova la vita, pur tra notevoli disagi, scorreva piuttosto tranquillamente. Quando gli uomini della 8ª batteria controaerea di Monte Teiolo si resero conto di essere attaccati dalle fiamme, era già tardi. Intorno alle 16 del 31 agosto 1941, il fuoco, favorito dal forte vento, salì dalle alture di Sestri Ponente e divampò in un attimo alle propaggini sud-occidentali del Bric dei Corvi, dirigendosi proprio verso le postazioni militari. Non si sa chi sia stato il primo a dare l'allarme, ma tutto il personale, al comando del capomanipolo (tenente) Felice Bottino, rispose come un sol uomo alle grida di uno dei militi di guardia. Si organizzò immediatamente la difesa.
Il fuoco non incontrò resistenza. L'erba secca cresciuta sul pendio si consumò in pochi secondi, i radi arbusti furono presto divorati, portando in alto cerchi di fumo. Gli uomini - maturi soldati adibiti ad un servizio volontario, ma di seconda linea, nella Milizia Controaerei - lottarono con la forza della disperazione, contro il fumo soffocante e l'intollerabile calore. Non c'erano grossi mezzi a disposizione. Mancava l'acqua. Quella poca, pochissima, veniva portata su alla batteria con dei bidoni, per gli stretti usi primari. E quella della cisterna per la raccolta della piovana non bastò. Si combattè disperatamente utilizzando le scope, le coperte, perfino le giacche delle uniformi, usate per battere e cercare di spegnere gli sterpi in fiamme. Implacabile, l'incendio si avvicinò alle postazioni, reso furioso dal vento caldo dell'estate. Minacciò le riserve dei proiettili, tonnellate di esplosivo e acciaio in grado di disintegrare la montagna in pochi istanti, uccidendo decine di uomini e provocando distruzioni catastrofiche, proiettando materiali anche a lunga distanza. Non doveva accadere e infatti non accadrà.
Le urla strozzate, i movimenti concitati di uomini che si scontravano con un nemico subdolo, imprendibile. Un gruppo di loro, un pugno di militi reso ormai invisibile dal fumo denso, rimase più in basso, a lottare testardamente circondato dalle fiamme.
Da Genova, dalle altre postazioni e dai comandi si tentò di coordinare i soccorsi: si precipitarono pompieri, militi e soldati di tutte le armi, in soccorso della batteria assediata e in gara contro il tempo. Si mossero anche gli abitanti dei dintorni. Quando la lotta si placò, quando il fuoco, giunto sulla soglia delle casermette fu fermato con gli ultimi secchi d'acqua e con i rinforzi sopraggiunti trafelati da altre caserme, ci si rese conto che per il piccolo gruppo di militi isolati non c'era più nulla da fare. Raccolti e portati, non senza difficoltà, all'ospedale di Sestri Ponente, per tre di loro le autorità sanitarie non poterono fare altro che vergare le dichiarazioni di morte. Le indagini - subito avviate dai Carabinieri- esclusero l'azione di sabotaggio militare. Giunsero le famiglie dei militi morti. Pochi uomini e donne, curvi dal dolore, con facce dure di contadini solcate da lacrime. Si fecero intorno i medici, gli ufficiali, le suore, qualche milite superstite. Morirono pur sempre facendo il soldato, quei poveri corpi lesi dal fuoco, e ebbero un vero funerale militare, con tutti gli onori dovuti. Domenico Ivaldi, Alessandro Vaccaroni, Vinicio De Franceschi, questi i loro nomi.
Povero Ivaldi, povero Domenico. Era venuto a Genova dal Basso Piemonte, dai paesi silenziosi dell' Alessandrino. La Milizia controaerea, dopo tanto lavorare, poteva quasi sembrare una mezza vacanza, un ritornare giovane con altri uomini come lui, svolgendo un servizio utile. Certe notti ci fu l'allarme, ci fu da sparare, decine di cannonate contro gli invisibili aerei inglesi che colpivano Genova, e Domenico fece sempre la sua parte, da buon soldato. Contro l' incendio di quel giorno, la sua ultima battaglia, si era battuto come un leone e per questo meritò, alla memoria, la Medaglia d'Argento al valor militare.
E Alessandro Vaccaroni? Stessa vita di lavoro, stessa idea di patria che andava onorata e servita facendo, meglio che niente, il soldato di retrovia nella Milizia. Per lui fu assegnata la Medaglia di Bronzo. Vinicio De Franceschi, caposquadra, non faceva differenza. Medesimo entusiasmo, medesimo servizio vicino ad un cannone, in cima ai monti. Notti in bianco a guardare in aria, ma non pesava, si faceva e basta. Anche lui con gli «anziani» della Controaerea, a tentare di difendere la città di Genova, che si vedeva, molto nitidamente, là sotto. Meriterà la Medaglia di Bronzo al valor militare.
Se il prezzo più alto per la difesa della batteria era stato pagato dai tre militi caduti, non mancarono naturalmente i feriti, Paolo Botticini, Domenico Diana e Antonio Modde, tutti decorati di Medaglia di Bronzo, e due ufficiali: lo stesso capomanipolo Felice Bottino e il parigrado Giovanni Serena, anch'essi decorati per aver organizzato la disperata - ma vittoriosa - difesa della postazione militare e per aver quindi evitato ulteriori, più gravi devastazioni. La stampa, pur con le restrizioni dovute alla censura, diede giusto rilievo alla notizia e il cordoglio della popolazione ci fu, e fu sincero.
Oggi, di quella postazione, non restano che pochi ruderi devastati dal tempo e dal vandalismo. Quei pochi mattoni, quelle pietre spaccate costituiscono pur sempre - se vogliamo - la testimonianza di un tempo passato, al pari di ogni altro monumento storico. Quelle poche vestigia ci parlano della vita, e spesso della morte di uomini come noi, uomini che tra quei mattoni e quelle pietre trascorsero ore di fatica, di sconforto, di angoscia. Nell'agosto 1941 la guerra per le armate italiane sembrava portare glorie e vittorie, ma sappiamo che poi andò a finire in maniera ben diversa, tanto da far apparire tutti i sacrifici, i lutti, gli eroismi, quasi inutili. Non sarà inutile, al contrario, ricordare ancora oggi il coraggio degli uomini dell'8ª Batteria della Milizia Controaerei, eroi silenziosi, vittime del dovere.
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