Arte in Bicocca, sogno vulnerabile

«Là dove c’era l’erba ora c’è una città», cantava rammaricato Celentano ricordando la milanesissima via Gluck. Corsi e ricorsi vogliono che nell’area Bicocca, là dove c’erano le ciminiere, oggi ci sia la cultura, in un tentativo di riconversione identitaria che è sicuramente a metà del guado ma che mette in luce progetti ambiziosi. Un polo che, tra Arcimboldi, università e fondazioni industriali, ha visto nascere due anni orsono «Hangar Bicocca», il primo grande progetto sull’arte contemporanea all’interno di un vasto stabilimento industriale appartenuto al Gruppo Ansaldo. Tra area interna e area esterna, oltre 15mila metri quadri il cui recupero è costato circa 4 milioni di euro di oneri di urbanizzazione. Un progetto ambizioso, quello della fondazione che tra i soci vede Regione Lombardia, Camera di Commercio e Prelios Pirelli. Ogni anno i soci fondatori finanziano il progetto Hangar con 250mila euro all’anno a testa, a cui si aggiunge un nutrito gruppo di altri sponsor e partners tra cui ben due banche che presto diverranno tre: Bpn, Bln e Deutsche Bank. Un modello di impresa culturale praticamente unico sul territorio che, solo nel 2010, è riuscito a raccogliere un milione di euro di fondi privati, praticamente quanto ha recuperato la Veneranda Fabbrica per il restauro della guglia maggiore del Duomo. «Quando siamo nati nel febbraio 2009 -dice il direttore generale della Fondazione Gianluca Winkler- non era fortunatamente ancora scoppiata la crisi e oggi, nonostante Regione e Camera di Commercio abbiano ridotto i contributi di 100mila euro siamo comunque in attivo».
Il progetto, dicevamo: strutturalmente ambizioso e internazionale, visto che conta un comitato scientifico di alta qualità e, evento raro per l’Italia, un direttore artistico nominato per bando di concorso. «La parte amministrativa, poi, è totalmente separata da quella curatoriale, dunque nessun socio o membro può mettere becco nel programma artistico». Che fino ad oggi si è svolto tra mostre interamente prodotte e spettacoli teatrali. Dopo i decantatissimi «Demoni» di Peter Stein lo scorso maggio, domani nei giganteschi ex capannoni verrà rappresentato «Hamlice - Saggio sulla fine di una civiltà» diretto da Armando Punzo, spettacolo violento e disperato messo in scena dagli attori detenuti del carcere di Volterra. Lo spettacolo si svolge tra le installazioni contemporanee opere della seconda mostra del ciclo intitolato «Terre vulnerabili», una riflessione artistica sui rischi della fine del mondo. Eppure, qualcosa di vulnerabile traspare anche in un luogo che, al di là dei buoni propositi e dei grandi investimenti, certo paga lo scotto di un eccessivo decentramento e che, lontano dai grandi eventi e dalle inaugurazioni, appare durante la settimana come una grande cattedrale nel deserto. Ma il fattore periferia forse non è il solo a spiegare la scarsa familiarità del pubblico verso uno spazio che ha enormi potenzialità e che, se fosse pubblico, potrebbe tranquillamente far risparmiare ai milanesi 40 milioni di euro per il futuro museo d’arte contemporanea. «Non siamo un museo nè vogliamo esserlo - dice Winkler - l’autonomia ci permette di puntare alla qualità e di produrre mostre con grandi artisti internazionali, come quella di Boltanski». Tutto vero e sacrosanto: ma che non toglie la sensazione di un esasperato concettualismo delle mostre e di uno slegamento dal territorio, lontano dalle associazioni, dai laboratori artistici e dalle famiglie che, come avviene nelle grandi kunsthalle europee, potrebbero frequentare l’Hangar Bicocca come un luogo vivo e anche divertente.