Arte e classe: ecco la ricetta di Lee Konitz

Franco Fayenz

Il Brianza Open Jazz Festival (sesta edizione) è in scena quest’anno (sesta edizione) da domenica scorsa al 16 luglio: si tratta, in pratica, di una rassegna itinerante in un’ampia zona a nord di Milano con perno a Monza. È appunto al Teatro Villoresi di Monza che si tiene sempre un concerto in anteprima, una sorta di proemio propiziatorio che non di rado è allo stesso livello di quelli che seguono, se non migliore. Questa volta il recital di preapertura è affidato a Lee Konitz sax alto, Jason Moran pianoforte, Nasheet Waits batteria. Sono nomi di grande spessore: il più atteso è Konitz, che da sessant’anni (ne compie 79 in ottobre) scrive in prima persona pagine luminose della storia del jazz. Gli altri due, che collaborano fra loro da tempo, appartengono al vertice della generazione dei musicisti americani emersi nell’ultimo decennio. Konitz sa bene come assicurarsi subito il favore della platea: si presenta in scena da solo, chiede al pubblico di cantare in coro a bocca chiusa una nota continua, sommessa, e ci improvvisa sopra. La sonorità del suo sax alto è meno flautata rispetto a tanti dischi gloriosi del passato, ma Konitz cerca di ricuperarla infilando ogni tanto nella bocca dello strumento una palla di lana che funge da sordina. Rimane questa, a conti fatti, una delle sequenze più belle dell’intero concerto, perché tre ottimi solisti non costituiscono in quanto tali un ottimo trio. I due giovani sono troppo diversi dall’anziano che rimane un corpo estraneo, sebbene pregevole. Il successo e gli applausi clamorosi - premiati con un bis - non sono comunque mancati.