Arte perduta, ora non ripetiamo il Belice

Con il terremoto se ne va anche un pezzo del nostro patrimonio
culturale. Ma attenzione: nel ricostruire non dobbiamo dimenticare la
tradizione architettonica e l’identità di una terra unica nel suo
genere. Ai luoghi feriti e ai paesi distrutti non si può strappare anche la memoria

Preliminarmente, ho indicato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che nei suoi sopralluoghi ha detto di aver visto cadute «case vecchie» e «molto vecchie», una necessità: ai luoghi feriti, ai paesi distrutti, alle famiglie senza casa non si può strappare anche la memoria.
E niente è più pericoloso di una ricostruzione che cancelli l’identità dei luoghi, lacerati, feriti, depauperati. Proprio in quei paesi vicino a L’Aquila la tradizione architettonica è legata a un mondo pastorale e contadino che è tanto povero quanto vero. E ricostruire edifici anonimi, come periferie urbane, può servire temporaneamente, provvisoriamente, per le necessità della emergenza. Ma negli anni che seguiranno bisogna evitare di ripetere l’errore che è stato compiuto nella valle del Belice, in Sicilia, dove io sono sindaco, in paesi come Salemi, Gibellina, Poggioreale, Santa Margherita Belice. Necessità pratiche, deliri di architetti hanno imposto soluzioni irrazionali creando città fantasma. E leggi sbagliate hanno consentito demolizioni per ricostruzioni con pretestuose norme antisismiche. Il risultato è che, nel Belice, dopo quarant’anni, il terremoto non è finito. Ancora si abbattono edifici per ottenere finanziamenti e costruire orrori. Edifici abbandonati si alternano così ad altri ricostruiti dalle fondamenta con un effetto di degrado e di incompiutezza insostenibile. A Poggioreale la città nuova è talmente estranea nella sua caricaturale ispirazione col barocco romano che i cittadini ti indirizzano verso la città abbandonata in rovina oltre e dopo i danni del terremoto.
Non so se sarà possibile ricostruire Castelnuovo, Onna, Paganica, ma so che gli edifici monumentali saranno sicuramente ripristinati e l’edilizia minore, considerata «vecchia», spazzata via. Eppure rispetto al modello del Belice, una soluzione ci sarebbe. Perché, tra i luoghi colpiti dal terremoto, c’è Santo Stefano di Sessanio, uno dei borghi più belli d’Italia e che, negli ultimi cinque anni, era stato sottoposto a un recupero integrale di straordinaria saggezza, ripristinando case e palazzi con le cubature, i materiali, le tecniche originali, e pur provvedendo a una tecnologia sofisticata e antisismica. Il risultato è che, fra tanta catastrofe, Santo Stefano, in tutti gli edifici restaurati, è rimasta intatta, ed è crollata soltanto la Torre civica. Ora i paesi distrutti dal terremoto sono in uno stato non diverso dall’abbandono in cui Daniele Kihlgren e l’architetto Lelio Di Zio trovarono Santo Stefano di Sessanio; ed è molto importante che dopo avere garantito alloggi agli sfollati si immagini un loro ritorno in quei piccoli borghi senza lasciarli in abbandono e senza sfigurarli. L’edilizia minore, a Navelli, a San Pio delle Camere, a Tornimparte è così preziosa che richiede più attenzione e amore delle architetture monumentali. Per questo sarebbe fondamentale che il presidente del Consiglio e il sottosegretario Guido Bertolaso si avvalessero dell’esperienza di Kihlgren e di Di Zio, affidando loro il delicato intervento di recupero delle aree terremotate, secondo i principi sperimentati a Santo Stefano di Sessanio.
Occorre scongiurare ciò che è avvenuto in Irpinia e nel Belice; occorre non disperdere lo spirito dei luoghi; occorre non cancellare le tracce di una cultura antica con le ruspe. È difficile ma richiede amore e attenzione come quelli che si avrebbero per persone indifese, per bambini e, appunto, per vecchi. Ma in quelle pietre c’è la memoria dell’Abruzzo e c’è un’antica civiltà che si rischia di perdere per sempre. È necessario che le reliquie siano preservate e non è una questione di feticismo. Venga il presidente del Consiglio a Salemi e veda il danno di una ricostruzione incolta e affrettata, veda come sarà difficile ridare ordine a ciò che è stato fatto senza intelligenza e passione e soprattutto senza rispetto. Veda la meraviglia di ciò che resta, di ciò che è stato difeso e l’orrore di ciò che è stato ricostruito. Ha la sensibilità per capire e per condividere. E vada a Santo Stefano di Sessanio per trovare il modello e il riferimento cui ispirarsi per la ricostruzione proprio in un luogo colpito dal terremoto. Non potrà non apprezzare la differenza e capire la necessità di non scegliere soluzioni comode e affrettate. In nome dello spirito dei luoghi.
Questa mattina, intervistato dal giornale radio, davo queste indicazioni e suggerivo queste proposte. La giornalista sembrava condividere i miei pensieri, preoccupata dei rischi che, sulla base dell’esperienza, annunciavo. Quando ho parlato di Santo Stefano di Sessanio, convinto che non ne conoscesse l’esistenza e riferendomi alla grande attenzione per quel luogo testimoniata dalla stampa internazionale, dopo un attimo di silenzio compiaciuto, mi ha risposto: «Pensi che avevo prenotato per trascorrere i giorni di Pasqua a Santo Stefano». Un segnale, una sensibilità. Oggi sarò in Abruzzo per capire se la situazione può lasciare spazio alla speranza.