Arte pop e mercato: la Cina (troppo) vicina

Dopo il boom degli anni ’90, Palazzo Reale dedica una mostra agli
artisti dagli occhi a mandorla. Accanto a nomi internazionali, le opere
pop create a Pechino per soddisfare il mercato occidentale

Milano - È trascorso all’incirca un decennio da quando lo scomparso critico svizzero Harald Szeemann consacrò davanti al pubblico della sua prima biennale veneziana quella che sarebbe diventata la sindrome cinese dell’arte. In Laguna, artisti provenienti dal movimento d’avanguardia dell’85 e che presero parte alla sanguinosa rivolta di piazza Tienanmen, molti dei quali da tempo rifugiati in occidente, ma anche una schiera di giovani pechinesi ansiosi dagli anni Novanta in poi di gettarsi nella mischia del mercato occidentale. Quella schiera, che prese a popolare l’ex quartiere industriale di Pechino ribattezzato «798», era destinata a divenire sempre più folta. Troppo. Un mare magno di nomi esotici dalle assonanze quasi identiche invase il mercato con il sostegno di gallerie americane ed europee (come la newyorkese Pace Wildenstein o la svizzera Meile) ma soprattutto delle grandi case d’asta che fecero toccare all’arte con gli occhi a mandorla quotazioni da capogiro. Pittori come Zhang Xiaogang, o come il fotografo Ai Weiwei raggiunsero con le proprie opere cifre a sei zeri, seguiti a ruota da un vero e proprio boom che fino a cinque sei anni fa vedeva un artista emergente di Pechino registrare quotazioni base da 40-50mila euro. Poi, inevitabilmente, la bolla si sgonfiò.

La sindrome cinese contagiò anche il mercato italiano tanto che due gallerie, la Continua di San Gimignano e la lombarda di Primo Marella, aprirono due sedi proprio nel cuore della Factory pechinese, il famoso-famigerato «798» divenuto nel corso degli anni una sorta di catena di montaggio per il nuovo mercato. Proprio Marella, mercante specializzatosi nella promozione di arte contemporanea cinese, è l’ideatore della mostra collettiva in corso a Palazzo Reale. Almeno la metà degli artisti esposti fanno infatti parte della sua scuderia che annovera molti pittori e scultori della scuola cosiddetta del «pop politico» e del «realismo cinico», ovvero un’arte cristallizzata sui clichè estetici occidentali e dunque maggiormente commerciabili da noi. L’esempio più eclatante è l’artista che dà l’immagine alla mostra, quel Zhou Tiehai che con le sue teste di cammello è emblema di quell’ondata di nuova figurazione che dieci anni fa stupì e divertì il pubblico italiano.

«Il fatto è che nell’ultimo decennio sono cambiate moltissime cose», spiega Romano Ravasio titolare della Art Consulting che da anni in Cina svolge attività di consulenza per grandi collezioni internazionali. «La moda dell’arte cinese, andata sgonfiandosi tre-quattro anni fa per fare spazio al nuovo mercato indiano, ha ampiamente scremato gli artisti di qualità, consacrati dai grandi musei come il Moma, rispetto a quelli che il grande collezionismo ha da tempo tagliato fuori». Nella mostra di Palazzo Reale i grossi nomi non mancano, come il già citato Zhang Xiaogang, il fotografo Rong Rong, il performer androgino Ma Liuming, il «newyorkese» Zhang Huan, o lo «sciamano» Cang Xin. «Ma certe assenze sono francamente incomprensibili -continua Ravasio- Mi riferisco in particolare ad Ai Weiwei, recentemente vittima di scontri con il regime comunista e che è considerato tra i maggiori artisti cinesi contemporanei; ma anche ad Huang Rui, Gu Wenda, Zhang Dali, Xu Ding, Cao Fei e le due straordinarie donne Yin Xiuzhen e Lin Tianmiao. Sono artisti che utilizzano tutti i linguaggi, dalla performance alle installazioni alla fotografia al video, e che oggi offrono il contributo più libero e colto sul confronto tra Oriente e Occidente».