Artemide, la luce firmata sbarca in Borsa

Gismondi: «L’obiettivo è garantire la continuità e risolvere il problema della successione»

All'inizio di questa settimana Ernesto Gismondi ha inoltrato alla Consob la domanda per fare quotare in Borsa, al segmento Star, l'azienda che ha fondato quasi mezzo secolo fa e che è sinonimo della luce made in Italy nel mondo: l'Artemide Group.
Sarà messo sul mercato il 35% delle azioni (il 20% in vendita e il 15% come aumento di capitale), Mediobanca ha l'incarico di global coordinator e la quotazione dovrebbe avvenire entro l'anno. L'obiettivo? Garantire, spiega, «la continuità dell'azienda». Affrontando quindi il problema della successione con una netta separazione tra proprietà e management. Perché, dice Gismondi che ha la battuta facile, «ho la stessa età dell’Empire State Building. O, per rimanere in Italia, ho la stessa età della Stazione centrale di Milano, un progetto che definisco assiro-babilonese per la sua vecchiaia ma che regge ancora al tempo. Come reggo io».
Padre-padrone. È schioppettante questo Gismondi il quale ha 76 anni essendo del 1931. Anzi, del 25 dicembre 1931. E poi è anche ironico, sornione, scanzonato. Riconosce di essere stato «un padre-padrone» per cui «non era facile starmi vicino» anche perché, chiarisce, «sono ligure e l'azienda l'ho fatta io»; ammette di essere stato un forte «accentratore» ma di avere imparato col tempo anche a delegare un bel po' di cose salvo «la scelta finale dei prodotti e la scelta dei negozi» con il risultato che non esce una lampada nuova se non c'è il suo benestare e che lui continua a girare per il mondo perché dei 46 showroom dell'Artemide solo tre solo in Italia; sostiene comunque di avere ormai cambiato modo di fare in quanto «alla mia età è indispensabile scoprire le virtù della tolleranza». E spesso cita una frase che ha avuto un certo peso nella sua vita: «Ognuno faccia quello che vuole». Gliel’ha detta il professore del Politecnico, Bruno Filzi, al quale lui si era rivolto per chiedere quale futuro avrebbe potuto avere con una laurea in ingegneria aeronautica. E Filzi: «Fai esattamente ciò che ti piace, perché quando una cosa ti piace la fai bene; poi a decidere che cosa farai nella vita, ci penserà la vita». È la frase che Gismondi ha ripetuto al figlio Michele quando il ragazzo gli ha detto, dopo avere diretto per un paio di mesi la filiale dell’Artemide negli Stati Uniti, che quel lavoro lo annoiava. E lui: «Eh, caro figlio mio, io sono 45 anni che mi annoio... Fai comunque quello che ti piace». Ed oggi Michele, trentenne, laurea in economia e unico maschio tra i quattro figli di Gismondi, lavora a Milano nella banca d'affari Lehman Brothers.
La passione per gli aerei. Originario di Sanremo, figlio di un gestore di cinema di nome Giacinto, occhi azzurri che hanno fatto perdere la testa a più di una fanciulla, Ernesto Gismondi si laurea in ingegneria aeronautica nel 1967 perché ha sin da ragazzo la passione per gli aerei. Lavora quindi come progettista alla Breda Meccanica Bresciana che a un certo punto, volendo entrare nel settore dei missili, lo manda a Roma a studiare e a prendere la seconda laurea in ingegneria missilistica. Ma mentre sta pensando ad aerei e missili, gli viene in mente di utilizzare nell'arredamento la plastica con cui viene costruita, grazie a una tecnica molto avanzata che amalgama resina poliestere con fibre di vetro, la console di comando per il lancio dei missili. Si tratta di un materiale termoindurente, con una superficie colorata molto liscia e con una buonissima sensibilità alla mano.
La grande svolta. Gismondi, che nel frattempo insegna al Politecnico di Milano e lo farà per una ventina d'anni, ne parla con Sergio Mazza, architetto. E i due si trovano d'accordo nel progettare lampade e mobili di plastica ricorrendo al design che in quegli anni sta muovendo in Italia i primi passi. C'è uno spazio enorme davanti a loro: Giò Ponti, il quale sta realizzando a Milano l'innovativo grattacielo Pirelli, li sprona a fare qualcosa nel campo dei mobili. E lo stesso atteggiamento ha Vico Magistretti a proposito di lampade. Così nel 1959, senza soldi ma con grande entusiasmo, Mazza e Gismondi creano la Artemide, prendendo a prestito il nome dalla dea della luce lunare. Affittano un locale all'interno di un cortile in via Moscova 40 che viene inaugurato l'11 gennaio 1960 alla presenza di quattro gatti rispetto ai 1100 inviti spediti, Mazza disegna i primi modelli di lampade chiamate con le lettere dell'alfabeto greco, Gismondi si occupa della produzione che viene fatta tutta fuori, dalle vetrerie per il vetro soffiato agli artigiani che lavorano il metallo. E quando c'è poi bisogno di marmo (come nel caso del modello Alfa) si rivolge ai marmisti che lavorano per il cimitero di Musocco.
Tre anni più tardi è costruita la prima fabbrica a Lorenteggio dopo avere comprato un terreno da Pino Cabassi. L'Artemide non fa più tutto fuori ma realizza al suo interno il montaggio e la verniciatura, Gismondi ricorre sempre più spesso ad architetti e designer («È la chiave del nostro successo», commenta), scambia «con intelligenza» i nomi dei rivenditori con quelli di altre aziende (in tutto otto, da Cassina a Boffi) impegnate anche loro in questo nuovo modo di progettare. E nel 1966 fonda con loro l'Ottagono, la rivista che sarà un punto di riferimento nel mondo del design.
Icone dell’innovazione. In quegli anni i prodotti Artemide s'impongono come icone dell'innovazione. Nascono così le prime lampade di culto come l'Eclisse di Magistretti che nel '67 vince il Compasso d'oro e la Nesso di Giancarlo Mattioli. Poi nel 1971 Gismondi e Mazza si separano. «Mai un litigio tra noi», giura il primo. E allora perché? Probabilmente perché uno vuole investire in macchine sempre più costose per produrre mobili e l'altro invece non è dello stesso avviso. E proprio nel 1971, quando Gismondi diventa proprietario unico dell'azienda, l'Artemide si insedia a Pregnana Milanese in quella che ancora oggi è il quartiere generale del gruppo.
Gismondi dà molto spazio all’innovazione. Dice: «Non si vive di sole lampadine, si vive di innovazione». Crea un centro di ricerca che oggi impegna 48 specialisti; privilegia il rapporto con i designer, dalle firme affermate come Ettore Sottsass a quelle emergenti come erano in quegli anni Santiago Calatrava e Mario Botta; anche lui si mette a disegnare usando lo pseudonimo di Halloween. Riesce a convincere Richard Sapper, compagno di regate, a realizzare una lampada di grande successo che battezza Tizio; nel 1981 partecipa allo sviluppo di Memphis, un laboratorio di ricerca sul design d'avanguardia con una squadra capeggiata da Sottsass; costruisce mobiletti piccoli e molto belli che, disegnati da grandi architetti come Magistretti, sono ora un po' in tutti i musei del mondo, dal Moma al Metropolitan Museum of art, finché nel 1985 decide di dare un taglio netto con questa attività allorché si rende conto che i mobili di plastica non hanno più un sicuro avvenire per i costi troppo alti. E si concentra sulle lampade. Michele De Lucchi crea nell'87 Tolomeo, la lampada più venduta, mezzo milione ogni anno.
Pioggia di premi. Artemide vince altri premi; Gismondi dà un nuovo corso all'azienda convinto che la luce possa diventare l'interprete delle esigenze umane. E vara nel '96 il progetto Metamorfosi: grazie ad una tecnologia innovativa, crea atmosfere cromatiche differenti corrispondenti ai diversi stati d'animo delle persone. «La luce diventa intelligente», dice. Ed oltre a produrre lampade per la casa, progetta anche sistemi di illuminazione per uffici e luoghi pubblici, dalla nuova pista di Formula 1 a Shanghai alla sede romana della Toyota. Ora realizza l'illuminazione esterna di un museo di Vienna con pannelli solari a forma di alberi.
Sposato in terze nozze con Carlotta de Bevilacqua, architetto, docente e proprietaria della Danese, storica società di designer dopo avere ricoperto sino al 2004 incarichi di responsabilità all'Artemide, quattro figli (oltre a Michele, l'unico maschio, Elisabetta, scomparsa nel '94, Valentina che sta per diventare avvocato, Carolina, liceale), Gismondi risponde a chi ha dubbi sul futuro del made in Italy: «Esiste e continuerà ad esistere finché ci sarà un industriale che lo produce».
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