Articolo 18, il governoci riprova, all’insaputa del ministro Fornero

Nella bozza del decreto novità sui licenziamenti: niente reintegro sotto i 50 dipendenti in caso di fusione tra due mini aziende. La titolare al Welfare: "Non sapevo nulla"

Roma Non ne sa niente Palazzo Chigi, il ministero del Lavoro smentisce, quello dello Sviluppo alza le spalle. Muto e irreperibile il principale sospetto, in quanto curatore del decreto, il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Antonio Catricalà. Ma la notizia circola. Il governo intende modificare l’articolo 18, passando per il decreto sulle liberalizzazioni, quello che sarà esaminato al consiglio dei ministri di questa mattina e, presumibilmente, varato in quello che si terrà il venerdì successivo.

In una delle bozze del provvedimento spuntate ieri, ce n’è una che modifica la norma dello Statuto dei lavoratori che stabilisce l’obbligo di reintegro per i licenziati senza giusta causa. In caso di fusione tra due o più mini imprese, la soglia delle aziende alle quali si applica l’articolo 18 - stando alla bozza - dovrebbe salire dagli attuali 15 dipendenti a 30. O a 50, a seconda della versione.
Misura tutto sommato di buon senso e meno radicale rispetto alle alternative che ci vorrebbe dettare l’Europa.

Peccato che la novità sia uscita proprio all’inizio di una trattativa durissima tra governo e sindacati sulla riforma del mercato del lavoro e che, proprio a causa della tempistica maldestra, finirà con tutta probabilità nel cassetto, in attesa di tempi migliori.
La vicenda ha fatto infuriare Elsa Fornero. «Non ho visto la bozza, ma il governo mi aveva assicurato che questa proposta non c’era», ha detto al Giornale il ministro del Lavoro.

Tradotto: la proposta c’è, ma è un’ipotesi che poteva essere spesa per la trattativa. Sparata in mezzo a un provvedimento che si occupa di taxi, farmacie, tariffe e professioni e che peraltro deve essere approvato in tempi brevissimi, non poteva che fare arrabbiare le parti sociali.

E così è stato. Tutte le sigle hanno detto no, a partire da quelle che in passato non si sono tirate indietro quando è stato affrontato il tema dell’articolo 18. «Non va modificato, non è stato oggetto di confronto», ha detto ieri il leader della Cisl Raffaele Bonanni. No a modifiche anche dalla Uil dall’Ugl («Siamo disposti a parlare di tutto, ma non di articolo 18», ha detto ieri il segretario generale Giovanni Centrella) e, soprattutto, dalla Cgil che, a differenza delle altre confederazioni, ne fa una questione di merito. Sorpresa anche sul fronte datoriale. La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia mercoledì ha incontrato Fornero e il ministro non ha accennato a modifiche della soglia oltre la quale si applica l’articolo 18.

Gli industriali realisticamente, avevano escluso il tema dal tavolo per non farlo saltare, ma ieri i toni sono cambiati e il vicepresidente Alberto Bombassei ha sostenuto che «oggi è giunto il momento per eliminare queste anomalie dal nostro mercato del lavoro». Frasi non collegate alla bozza, assicurano gli industriali. Sorpresa anche tra le Cooperative che ieri hanno illustrato le loro ragioni: sì alle liberalizzazioni, cautela sui taxi e anche sull’articolo 18, che non è considerata una priorità.

Caso scuola di come nasce e poi muore una buona proposta. L’incentivo alla fusione tra le mini imprese, se non tramontato definitivamente, è gravemente compromesso. Resta il giallo su chi ha voluto mettere i bastoni tra le ruote a Fornero, impegnata ancora nel primo round di incontri con le parti sociali. La regia del provvedimento è in mano al sottosegretario Catricalà.

L’idea è sicuramente di quelle che piacciono al premier Mario Monti. Le liberalizzazioni sono una competenza del ministro Corrado Passera, che in passato ha anche avuto qualche attrito con Fornero, ma non ha interesse a incattivire i sindacati. Oppure, ipotizzavano ieri sindacalisti, è stata una prova. Hanno fatto circolare la bozza per sondare le reazioni. Se questa era la strategia, l’esito non è stato dei migliori.