Artigiani contro Visco: «Lo studio sui redditi è un clamoroso bluff»

La Cgia di Mestre denuncia il diessino: chieda scusa, quelle tabelle sono sbagliate

Gian Battista Bozzo

da Roma

Vi dice qualcosa lo slogan «Gioiellieri più poveri dei maestri elementari»? È stato il titolo più gettonato nei telegiornali del 13 sera e nei giornali del 14 ottobre scorso. Riferivano, stampa e tivù, di uno studio dell’Amministrazione fiscale sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2005, rilanciato con grande evidenza dall’agenzia Ansa. Il giorno dopo, il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco annunciò un piano in cinque anni per «sradicare l’evasione», visto che i dati sulle dichiarazioni dei redditi «parlano da soli».
Su questi dati, adesso, emergono forti dubbi. È infatti polemica aperta fra gli artigiani della Cgia di Mestre e l’Agenzia delle Entrate. I primi dicono: con grande probabilità, quelle statistiche «scandalose» erano, nell’insieme, una bufala. L’Agenzia, dopo aver tolto le tabelle dalle proprie pagine internet suscitando i sospetti degli autonomi, adesso conferma i dati ed annuncia la decisione di ripubblicarli «stabilmente» sul sito.
Ma quel è il nodo della contesa? La Confederazione artigiani di Mestre afferma che l’Agenzia delle Entrate aveva deciso di rivedere le tabelle perché prive di ogni sostegno metodologico, e in sostanza «costruite a tavolino allo scopo di sbattere il mostro in prima pagina». Gli orefici e i baristi che dichiarano, in media, meno dei maestri elementari, fanno notizia. Lo stesso vale per i titolari di Autosalone che denunciano al fisco meno dei 16mila euro di un semplice operaio di Mirafiori. Da quelle cifre era partita un’offensiva contro il lavoro autonomo e le professioni. L’Agenzia delle Entrate replica: le statistiche sono state rimosse «temporaneamente, in attesa di successivi aggiornamenti, al fine di migliorare la leggibilità, attraverso numeri e tabelle, del fenomeno trattato; a maggior ragione - aggiunge la nota - visto che l’Agenzia è in attesa di ulteriori elaborazioni». Tuttavia, in risposta alle accuse della Cgia mestrina, l’Agenzia delle Entrate ha deciso di rimettere le tabelle della discordia nel sito e «ve le terrà stabilmente, pubblicando di volta in volta i necessari aggiornamenti».
Già due settimane fa, gli artigiani mestrini avevano definito quei dati «mistificatori della realtà». Poi le tabelle, «che erano state pubblicate nel sito internet dell’Agenzia delle Entrate, scandalosamente prive di ogni nota metodologica e di alcuna relazione tecnica - accusa adesso la Cgia di Mestre - sono state tolte. E si vocifera che il ministero le stia aggiornando, tenendo conto delle accuse che avevamo sollevato». In particolare, le tabelle non tenevano conto di vari fattori come lo splitting familiare (la suddivisione del reddito d’impresa fra i familiari che lavorano insieme), e non consideravano che ad abbassare la media contribuiva un milione di partite Iva (su sei milioni del totale) a carico di lavoratori dipendenti. Inoltre, il turnover fra aziende che nascono e che muoiono «abbassa di molto il valore medio dei redditi».
«È uno scandalo - attacca il segretario degli Artigiani di Mestre, Giuseppe Bortolussi - quei dati, come avevamo denunciato, sono sbagliati e costituivano una vera e propria gogna mediatica, costruita a tavolino per dimostrare che gli autonomi si lamentano per una finanziaria sbilanciata sul fisco, ma allo stesso tempo non pagano le tasse». Bortolussi parla di «operazione di disinformazione di stile sovietico, ma che, come tutte le bugie, ha le gambe corte». Perciò, coi legali dell’associazione, la Cgia sta studiando la possibilità di denunciare il ministro dell’Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa, per non aver vigilato su questa «operazione mistificatrice». Inoltre, chiede a Visco di «scusarsi pubblicamente» con tutte le categorie dei lavoratori autonomi, e di mandare a casa «chi in maniera così disinvolta ha reso pubblici quei dati così clamorosamente sbagliati». Forse, a questo punto, gli orefici non sono più poveri dei maestri elementari. Forse i titolari di autosalone dichiarano di più dell’operaio della Fiat. E la credibilità del Fisco perde, di sicuro, qualche colpo.