"Artissima", un revival dei mitici anni Novanta

Apre oggi la 17ª edizione della Fiera internazionale di Torino Un grande festival in cui la cornice diventa il vero contenuto

A Torino la superstizione non è di casa e quindi che edizione di Artissima che si apre oggi la numero 17 non incide negativamente, anzi. La più contemporanea delle fiere d’arte in Italia, l’unica a poter competere quanto a mood e proposte d’avanguardia con le sorelle internazionali Basilea, Londra e Miami si rifà il trucco a cominciare dalla sede, l’Oval, costruito per le Olimpiadi del 2006 e finora sottoutilizzato, spazio dal taglio avveniristico e sperimentale che ben si sposa alla coolness del concettuale.

Nuovo è anche il direttore Francesco Manacorda, che succede ad Andrea Bellini approdato al Castello di Rivoli. Ancora una volta un teorico della materia, con all’attivo una buona esperienza da curatore, chiamato a trasferire la propria conoscenza e sensibilità anche nel delicato universo del mercato. D’altra parte, quando Artissima è stata adottata dagli enti pubblici che ne sostengono una grossa fetta economica, bisognava trasformare una semplice occasione di compravendita in una sorta di mega rassegna che per quattro giorni trasformasse la città in un contenitore a cielo aperto di arte e cultura contemporanea. Siamo dunque nei pressi di un festival, dove la miriade di eventi, incontri, mostre, dibattiti, installazioni, feste, concerti non sono la cornice della fiera, ma l’autentico valore aggiunto, l’occasione ghiotta di passare un lungo weekend in quella che Stendhal un tempo definì la città più grigia e noiosa d’Italia e che nel terzo millennio risulta il tempio dell’intrattenimento colto.

La compassata Torino reagisce e si mobilita, dimostrandosi incubatrice perfetta per le tensioni che spingono dal basso, necessarie e urgenti, che poco hanno in comune con l’ingessata politica istituzionale, da troppo tempo concentrata sul potenziamento di un sistema museo, vecchio, costoso e superato. Mentre languono i visitatori a Rivoli, alla GAM, al MAO (Museo d’Arte Orientale), interi quartieri scoprono un’arte spontanea, creativa, sperimentale, non necessariamente destinata al successo eppure utilissima a capire lo spirito dei tempi. Tempi di un ritrovato protagonismo, in grado di superare la crisi facendo di necessità virtù e trasformando la precarietà in estetica. Sembra di tornare agli anni ’90, quando la disfatta della Fiat costrinse il capoluogo sabaudo a ridisegnare il proprio ruolo in fretta e furia, il decennio più interessante da cui prese vita un’intera generazione di artisti (soprattutto pittori figurativi), musicisti (dai Mau Mau ai Subsonica), cineasti (Ponti, Calopresti, Gaglianone...), scrittori (Baricco, Remmert, Culicchia), architetti e designer. Un panorama mai completamente istituzionalizzatosi, anzi per ciò che riguarda l’arte soffocato dallo strapotere dell’Arte Povera e dell’internazionalismo di facciata, apoteosi di una strategia salottiera utile a pochi.

Nell’autunno 2010 sono soprattutto le esperienze off a vincerla sul sistema ufficiale. Si prenda ad esempio Paratissima, nata come una fiera parallela e diventata l’evento imperdibile nel quartiere multietnico di San Salvario, dove al posto dello spaccio e del degrado si respira un clima diverso, di possibile convivenza tra mondi lontani. Aprono botteghe artigiane, temporary shop di arte contemporanea, design e moda, persino i balconi delle vecchie case ospitano concerti estemporanei che si guardano dal basso in alto. Un’operazione intelligente perché occasione di creatività autentica e incontrollata, virtuosa perché assai poco costosa e praticamente autofinanziata, sposata in pieno dall’assessore regionale alla cultura Michele Coppola. «Paratissima - dice - funziona perché parte dal basso e scardina le consuetudini, vuole giocare la sua partita e dimostra di vincerla a prescindere dal nostro contributo economico».

Tutto intorno si muovono le gallerie, quest’anno particolarmente stimolate a dare il meglio per fronteggiare la crisi con mostre di livello; spazi solitamente adibiti ad altro, come Palazzo Birago e il Circolo dei Lettori, aprono le loro sale al design e alla videoarte. Pare che al centro siano tornati finalmente gli artisti, i veri protagonisti della storia, indipendenti dalla dittatura dello spazio e del contesto.
Lo spirito indie che percorre le strade di Torino rende ancora più vecchia l’immagine del Museo, freddo e lontano, macchina mangiasoldi che spende talmente tanto in gestione da rimanergli ben poco per produrre e innovare. Un lascito elefantiaco, spina nel fianco della Regione Piemonte e del Comune, chiamato alle urne nella prossima primavera quando finirà l’impero Chiamparino. Il futuro imporrà una concezione nuova, più agibile e meno onerosa, dei centri pubblici d’arte contemporanea. Così com’è, il Castello di Rivoli non piace al suo azionista di riferimento, e su questo l’assessore Coppola è molto chiaro: «Dobbiamo portare a Rivoli la vitalità, la forza e il movimento. Il 2011 dev’essere un’occasione per consolidare un nuovo fermento, riorganizzando il sistema con un occhio all’oculatezza amministrativa e l’altro alla ricaduta sul territorio». Non a caso si parla di riscrivere lo statuto, consentendo verifiche e controlli.