Un artista anarchico e solitario che parlava al cuore delle donne

Stenio Solinas

nostro inviato a Parigi

I muri esterni e il portoncino d’ingresso della sua abitazione in rue de Verneuil cominciarono a riempirsi di graffiti il giorno stesso in cui si seppe della morte. Da allora sono passati quindici anni, ma messaggi, disegni, versi, citazioni hanno continuato instancabili a resistere e/o rinnovarsi, teneri e maliziosi, irriverenti e romantici, maschili e femminili. Solo a Serge Gainsbourg poteva capitare di ritrovarsi la casa trasformata in monumento popolare, malinconico ma non funereo: come se lui da lì non se ne fosse mai andato, come se da un momento all’altro dovesse ancora affacciarsi al balcone... Un mito, l’ultimo campione dell’anarchia in una società dei consumi dove, ribelli o integrati, ahimè non cambia niente. Un infarto, a poco più di quarant’anni, gli aveva ispirato una della sue canzoni più belle, giocata con i versi di Verlaine, Je suis venu te dire que je m’en vais. Quello che gli fu fatale, a 63 anni, lasciò sul tavolo dello studio l’ultimo disco inciso, Amour des feintes. La prima era un commiato dalla vita, questa il prendere atto che ci si brucia per passione e quando lo si capisce non c’è più remissione.
In trent’anni di carriera Serge Gainsbourg scrisse qualcosa come 650 testi, fu interprete in proprio e autore per i più bei nomi della canzone internazionale, attore e regista, autore di colonne musicali e di opere rock. L’Intégrale et caetera, uscito adesso per le edizioni Bartillat, raccoglie in un volume di mille pagine, a cura di Yves-Ferdinand Bouvier e Serge Vincendet, un corpus creativo di tutto rispetto e di incredibile fecondità, in grado di attraversare più decenni musicali ogni volta reinventandosi e sempre nel segno della originalità. E siccome mai come in questo caso è impossibile separare l’uomo dall’artista, la contemporanea uscita di Le Génie sinon rien, nella ormai classica collezione Passion dell’editore Textuel (a cura di Christophe Marchand-Kiss, 191 pagine, 49 euro) permette di fare il punto su una vita che fu di eccessi ma a suo modo pudica, contraddittoria eppure coerente. Ebreo-russo d’origine, fu un purissimo repubblicano francese, amante della modernità, scrisse in versi alessandrini di squisita fattura, misogino in arte ebbe due mogli ufficiali, due compagne fedeli, molte amiche, fisicamente sgraziato, fu amato da donne bellissime...
La voce roca, la barba non fatta, la sigaretta sempre accesa, il bicchiere di gin o di whisky appoggiato sul piano come se fosse il bancone di un bar, la camicia bianca aperta sul petto, i jeans abbinati al gessato della giacca, gli spettacoli dal vivo di Gainsbourg rimangono nella mente di chi li ha visti come qualcosa di unico: il parlato che via via si faceva sussurro indistinguibile, l’alternarsi di una musica che passava dalla melodia più classica alla sonorità metallica del jazz e del rock, le onomatopee, i giochi verbali dei testi che offrivavano ogni volta una diversa chiave di lettura... Ci sono canzoni come Ex fans de sixties fatte appena di un elenco di nomi («Disparus Brian Jones/Jim Morrison/Eddy Cochran, Buddy Holly/Idem Jimi Hendrix/Otis Redding/Janis Joplin, T. Rex Elvis»); come La Javanaise di semplici assonanze («La vie/ne vaut/d’etre/vécue/sans amour/Mais c’est/vous qui/L’avez voulu/Mon amour»); come Je t’aime mois non plus di purissimo erotismo («Je vais, je vais et je viens/entre tes reins/Je vais et je viens/Entre tes reins/ Et je/ me re-/tiens»).
A rileggerle oggi, le polemiche che accompagnarono l’uscita di quest’ultima nella versione cantata con Jane Birkin nel 1969, fanno tenerezza. In Italia l’Osservatore Romano la bollò di «oscenità», l’Olanda, azionista della casa discografica Philips tramite la famiglia reale, ne vietò la vendita, la Francia la proibì ai minori di anni 18, in Inghilterra la Bbc ne trasmise la sola versione strumentale... Eppure ha ragione Brigitte Bardot, per la quale Je t’aime fu pensata e che fu la prima a inciderla nel 1967: «Gli avevo detto: “Scrivimi la più bella canzone d’amore che tu possa immaginare”. E lui la scrisse in una notte». Sposata allora con Günther Sachs, da lei definito «marito di paccottiglia, marionetta dello show business», amante però di Gainsbourg, da Sachs ritenuto «un Quasimodo saltimbanco con cui lo ridicolizzava», B.B. alla fine chiese al suo innamorato («ero la sua musa, era il mio amore, un amore folle, come uno lo sogna») il sacrificio di non mettere in circolazione la loro versione, che infatti uscirà vent’anni dopo. Chi faccia un confronto fra le due interpretazioni vedrà che la Birkin canta un’ottava più alta rispetto alla Bardot, quanto a Gainsbourg il suo «moi non plus» spiega la differenza fra psicologie femminili e psicologie maschili nel campo dei sentimenti meglio di un trattato di Erich Fromm: «Perché “io no”?... Perché sono un ragazzo troppo pudico per dire “anch’io”».
Definito dalla stampa dell’epoca, senza troppa eleganza, «l’amore fra la Bella e la Bestia», la liaison con la Bardot farà comunque da spartiacque nella vita di Gainsbourg. A sfogliare Le Génie sinon rien come fosse un albo fotografico si vede facilmente come, ancora sino alla prima metà degli anni Sessanta, il suo look non si discostasse granché da quello di cantanti come Vian, Brel, Aznavour, Bécaud: capelli corti e ben pettinati, giacca e cravatta, espressione malinconica... Figlio d’arte, una passione intensa per la pittura, una lunga gavetta fra cabaret e caffè concerto, Gainsbourg debutta ufficialmente tardi, nel 1957, quando ha già trent’anni e un divorzio alle spalle. Scrive canzoni per Juliette Greco, Barbara, Nana Moskury, Petula Clark, mette in musica i poeti, Hugo, de Nerval, Prévert, frequenta il bel mondo fino a sposare, nel 1964, una principessa Galitzine da cui si separerà dopo due figli e quattro anni di matrimonio, è, come dire, perfettamente integrato nel solco di una musica francese colta, brillante, intellettuale. Se un primo cambiamento musicale, con i ritmi africani, il samba, il jazz di Gainsbourg Percussions è del 1965, è con Bonnie and Clyde e Initials B.B. che la nuova immagine prende corpo, un Mister Hyde che ha ucciso definitivamente il Dottor Jekyll più tradizionale (come da canzone omonima), così come ci sarà poi un Gainsbarre, come si ribattezzerà, cattivo genio che vive ormai alle spalle del vecchio Gainsbourg. Il sodalizio con Jane Birkin, vent’anni di meno, una bellezza fintamente androgina, un volto fintamente angelico («Melancolique et desabusée J’ai je n’suis quoi d’un garçon manqué/Je griffe ceux qui essaient de m’embrasser») accompagnerà questo percorso, fra lolitismo, sublimazione intellettuale dell’incesto, riscrittura della Marsigliese in versione reggae, apologia ironica della droga, presa in giro rock del nazismo, irrisione del sesso. Frustrato nelle sue ambizioni giovanili di essere il nuovo Courbet della pittura, consapevole che la canzone è un’arte minore, il cinema, come regista e come attore, sarà l’altra occasione mancata, per sfortuna, noia, incostanza.
Morì solo, come in fondo solo era vissuto. «La mia ossessione è l’incomunicabilità. È difficile per me avere relazioni, non ho bisogno di niente, non posso dare niente. È una deficienza affettiva». Lo trovò la sua ultima compagna, Caroline Paulus, detta Bambou, indossatrice euroasiatica bellissima, ventenne: dalla loro unione quattro anni prima era nato un figlio, Lucien, il vero nome di Serge, detto familiarmente Lulu. Lui gli aveva dedicato una canzone: «Enfant de l’amour/Portrait de Gainsbourg/Dans tes grands yeux de velours/J’ai lu/Lulu/tant d’amour». Uno dei graffiti sui muri di rue de Verneuil ha per firma il suo nome.