Artisti i «writers»? Forse uno su mille

Caro Granzotto, per la terza volta cerco di far sentire anche un’altra campana riguardo ai writers. Sono pienamente d’accordo con il neosindaco di Salemi, prof. Vittorio Sgarbi (la cui competenza su tutto ciò che gravita attorno alla cultura e l’arte è innegabile). Il prof. Sgarbi rimase affascinato da alcuni disegni in alcune vie di Milano (centro Leoncavallo, via Bramante) e aveva addirittura parlato di «museo del contemporaneo». Probabilmente i lettori che non amano i graffiti non conoscono artisti del calibro di Keith Haring, Jean Michel Basquiat o Banksy che hanno cominciato dai muri di New York o Londra e ora le più importanti gallerie d’arte si contendono a colpi di centinaia di migliaia di dollari qualche loro disegno. L’artista è sempre stato una persona particolarmente sensibile e, in quanto tale, sente prima degli altri, e in maniera più forte, l’inquietudine e il malessere dell’umano vivere. Pensiamo ai «poeti maledetti»: Verlaine, Baudelaire, Rimbaud o agli artisti Toulouse-Lautrec, Van Gogh e perfino Caravaggio. I loro occhi d’artisti, liberi dalla coltre della piaggeria e demagogia grigia, vedono i muri delle città come immense tele bianche. Ma non vogliamo elevarla a forma d’arte? Ok, almeno ammettiamo che contribuiscono inequivocabilmente a smussare, attenuare e correggere il grigiore delle periferie urbane. O forse i lettori del «Giornale» preferiscono le anonime (in tutti i sensi) facciate grigie (in tutti i sensi) dei quartieri dell’hinterland delle città? Finalmente qualche amministrazione ha capito che, anziché perseguire e colpire i writers, si possono far collaborare per contribuire per abbellire e rendere più solari alcune vie tristi delle nostre città. Aggiungo, infine, che spesso ho visto facciate di chiese, monumenti e opere d’arte deturpate da scritte di natura politica e/o sportiva. Quelli sì che possono essere chiamati «vandali» e «imbrattamuri» e andrebbero perseguiti e bloccati. Infine concludo con una frase di Louis Aragon che nel suo «Traité du style» affermava che «la funzione del genio è quella di fornire idee ai cretini... 50 anni dopo». Nel 2050 capiremo i graffiti?


Non c’è bisogno di tutto quel tempo, caro Mangione, per esprimere un giudizio sui graffiti. Il novantanove virgola nove per cento dei quali - eccole dunque una prima opinione che credo unanimemente condivisa - è costituito da schifezze: sgorbi, scarabocchi, pillacchere colorate o infantili arabeschi che imbrattano muri, fiancate di vetture ferroviarie e di mezzi pubblici. Tutto ciò non contribuisce a «smussare, attenuare e spesso correggere», come lei scrive, «il grigiore delle periferie urbane» e tanto meno il brio dei centri storici. Contribuisce a renderle più sporche e squallide di quello che sono, senza parlare dei soldi (dei contribuenti) necessari alle periodiche pulizie e qui si parla, per un Comune come quello di Milano, di milioni. Per il restante zero virgola uno per cento sono d’accordo col sindaco di Salemi: bella roba, degna di figurare in gallerie e fors’anche nei musei. E dunque meglio sarebbe per tutti che lì fosse collocata, lasciando in pace i muri, come d’altronde hanno deciso di fare, arricchendosi, i vari Haring, Basquiat e Bansky (non creda, poi, che vedere «i muri delle città come immense tele bianche» sia un’intuizione artistica di questi nostri tempi. Già l'ebbe Gulley Jimson, l’artista mezzo matto interpretato da Alec Guinness nel bellissimo film «The horse’s mouth». Anno di produzione 1958. Mezzo secolo fa).