Artisti «in movimento» per raccontare la lezione di Caravaggio

Da sabato a Palazzo Reale una mostra, con 150 opere, sul Merisi e sulla folta schiera di pittori che furono influenzati dal suo innovativo e drammatico linguaggio

Ferdinando Maffioli

Caravaggio non ebbe allievi diretti, anche se furono molti i pittori «scossi» dal suo genio. D’altra parte il suo carattere mal si conciliava con qualsiasi forma d’insegnamento. Giovanni Baglione, che lo frequentò e fu tra gli artisti «risvegliati», descriveva «Michelagnolo Amerigi come uomo satirico e altiero», pronto «a dir male di tutti li pittori passati e presenti per insigni che fussero, poiché a lui parea d’aver solo con le sue opere avanzato tutti gli altri». Ma qual era la «lezione» che il Maestro doveva trasmettere?
Caravaggio aveva scoperto la «forma delle ombre» e si era fatto alfiere di uno stile in cui la luce non era più passiva disegnatrice di corpi ma ne diventava creatrice, arbitra dell’esistenza stessa delle loro forme. Come nella fotografia, era la luce a diventare «protagonista» della scena. Un metodo che «per la prima volta era immateriale; non di corpo ma di sostanza; esterno all’ambiente dell’uomo, non schiavo dell’uomo» scriveva nel 1929 il grande critico Roberto Longhi, curatore poi, nel 1951, di una memorabile mostra sull’artista lombardo a Palazzo Reale. Ecco allora che «il dirompersi delle tenebre» rivelava prodigiosamente nelle tele del Merisi «l’accaduto e nient’altro che l’accaduto... Con uomini, oggetti, paesi, ogni cosa sullo stesso piano di costume, non in una scala gerarchica di degnità».
Questo realismo rivoluzionario, questa drammatica suggestione del vissuto, si diffonde - nonostante il carattere - con fulminea rapidità in tutta Europa. E Roma, città papale, effervescente laboratorio d’arte (l’«assioma» lombardo si affianca alla pittura classicista del bolognese Annibale Carracci) finisce col richiamare schiere di artisti, non solo italiani. Il risultato è un eccezionale periodo di creatività che, a grandi linee, va dai primi anni del soggiorno romano di Caravaggio (1595) a metà degli anni Trenta del 1600, quando nella città papale giunge Mattia Preti, ultimo epigono del caravaggismo.
La mostra che si apre sabato (fino al 6 febbraio 2006) a Palazzo Reale - «Caravaggio e l’Europa. Il movimento caravaggesco internazionale da Caravaggio a Mattia Preti» - costituisce un’occasione unica per la comprensione delle filigrane artistiche che produssero quella stagione eccezionale. È un’esposizione che, grazie alle circa 150 opere selezionale da un comitato artistico presieduto da Vittorio Sgarbi, si presenta come la più completa rassegna mai dedicata al movimento.
Del grande maestro lombardo sono state selezionate 15 importanti opere (suddivise nelle due sedi della mostra, da marzo al Liechtenstein Museum di Vienna) che documentano il continuo evolversi della sua produzione. Una seconda sezione, con circa 35 tele, è dedicata ai primi seguaci: dal ricordato Giovanni Baglione (ancora da chiarire la figura e il ruolo del più duro tra i rivali del Merisi) a Tanzio da Varallo, da Orazio Gentileschi a Tommaso Salini detto Mao, da Artemisia Gentileschi a Giuseppe Vermiglio.
Ma una sezione importante, una vera e proprio mostra nella mostra, è la parte dedicata a Jusepe de Ribera. Perché una delle grandi novità critiche di questa rassegna è la proposta di Gianni Papi, già avanzata nel 2002, di identificare l’anonimo «Maestro del Giudizio di Salomone», con il giovane pittore spagnolo che soggiornò a Roma tra il 1611 e il 1616.
Infine, una curiosità che riguarda il gruppo dei pittori fiamminghi e olandesi (una ventina le opere esposte). Leader indiscusso di questo gruppo è Gerrit van Honthorst che a Roma reinterpreta la luce caravaggesca portandola dall’esterno all’interno del dipinto. Era una soluzione già sperimentata anche dal veneziano Carlo Saraceni, ma che von Honthorst porta a compiutezza. Tanto da meritarsi il soprannome italianizzato di Gherardo delle Notte. Ed è proprio a Gherardo che, fino al 1995, era attribuita «La presa di Cristo» di Caravaggio. Di casa a Dublino, ma l’anno scorso esposta, per alcuni mesi, al museo Diocesano.