Artisti in scena fino all’ultimo respiro

Come Miriam Makeba, altri grandi artisti hanno concluso la loro esistenza in palcoscenico. Ecco le loro storie, da Molière a Sinopoli, da Kean alla Ghione

Vivere d’arte fino a morirne. La tragica fine di Miriam Makeba, stroncata da un infarto a 76 anni al termine di un concerto che stava tenendo l’altro giorno vicino a Caserta a sostegno dello scrittore Roberto Saviane, è toccata in passato ad altri artisti, più o meno celebri. Primo, e non solo in ordine cronologico, può essere considerato Jean-Baptiste Poquelin, meglio noto come Molière. Uno tra i sommi padri della commedia, tra i favoriti del Re Sole, si spense il 17 febbraio 1673 a Parigi. Ad ucciderlo a 51 anni fu la tubercolosi, malattia assai diffusa all’epoca, di cui soffriva da tempo ma che non gli impediva di presentarsi regolarmente in palcoscenico per rappresentare i lavori che lui stesso aveva scritto. Così l’autore de “La scuola delle mogli”, “L’avaro”, “Il tartufo”, “Il misantropo” si fece forza anche la sera del 17 febbraio per recitare nel suo ultimo capolavoro e vestire, ironia della sorte, i panni del “Malato immaginario”. Colto dall’ennesima crisi del male cercò di coprire la tosse con una risata finche svenne. Trasportato dal Palais Royal in rue de Richelieu 40, morì poche ore dopo tra le braccia di due suore che lo avevano accompagnato a casa.

Pulcinella. Solo tre anni di più visse l’attore e drammaturgo napoletano Antonio Petito. Forse il più celebre Pulcinella della storia morì il 24 marzo 1876, dopo un attacco cardiaco che lo aveva colpito mentre si trovava nelle quinte del Teatro San Carlino di Napoli.

Vita da romanzo. Avvincente come un racconto d’avventura è l’esistenza di Edmund Kean (1787-1833), attore britannico che segno la storia dell’interpretazione dell’Ottocento. Una nascita dalle origine incerte (forse fu figlio illegittimo dell’attrice Ann Carey e dall’architetto Edmund Kean morto suicida a 22 anni), abbandonò gli studi giovanissimo per imbarcarsi come mozzo. Poi, per sfuggire alla mrine, si finse sordo e invalido. Appresi i rudimenti della recitazione da uno zio mimo e ventriloquo e dall’amante di questi, attrice al Drury Lane di Londra, esordì a 14 anni allo York Theatre recitando per venti sere di seguito la parte di Amleto. La sua fama giunse anche a re Giorgio III che lo chiamò per una recita al castello di Windsor. Quindi il debutto al circo di Saunders finchè una brutta caduta da cavallo gli costò la frattura di entrambe le gambe convincendolo a optare per il teatro. A 27 anni, con una memorabile interpretazione del “Mercante di Venezia” di Shakespeare, il primo strepitoso successo di una carriera che lo porterà ad essere l’attore più amato dai londinesi e a raccogliere trionfi anche in America. Poi nel 1822 gli scandali, la causa d’adulterio intentagli con sun successo dalla moglie, la separazione, il rifugio nell’alcolismo e negli eccitanti, le contestazioni del pubblico che riconquisterà nel 1826. Il 25 marzo 1833 al Covent Garden di Londra interpreta Otello mentre il figlio Charles è Jago. Nella scena terza del terzo atto crolla a terra. “Dì agli spettatori che sto morendo” mormora al figlio. Spirerà dopo due mesi di agonia il15 maggio di quell’anno.

In punta di piedi. Poca sregolatezza ma molto genio contraddistinsero la vita di Enrico Cecchini, danzatore e coreografo nato a Roma, in un camerino del Teatro Apollo, il 21 giugno 1850. Figlio d’arte, debuttò a 5 anni e a 16 era un ballerino completo e nel 1870 debuttò alla Scala di Milano. Fu il trampolino di lancio per una carriera che lo porterà a esibirsi nei maggiori teatri del mondo e a diventare tra gli insegnanti più ricercati. Nel 1923 si trasferì a Milano e nel 1925, nonostante l’età e gli acciacchi, accettò l’invito di Arturo Toscanini e assunse l’incarico di direttore della scuola di ballo della Scala. Il 12 novembre 1928, durante la lezione, fu colto da malore e perse conoscenza. Morì il giorno dopo. 

Caduta fatale. Il 26 agosto 1996 e al museo d’arte contemporanea “Ludwig” di Colonia, in uno spazio scenico avveniristico con dislivelli e scalinate, è in corso una performance di ballo. A un tratto i cinquecento spettatori lanciano un urlo di raccapriccio: il danzatore protagonista sbaglia un passo e cade da un’altezza di 10 metri, morendo sul colpo. La vittima è James Saunders, americano d’origine ma in Germania da vent’anni. 

All’Opera. E’ il 21 aprile 2001 e il mondo musicale è frastornato e incredulo di fronte alla scomparsa di uno dei suoi più grandi interpreti, A solo 54 anni se n’è andato Giuseppe Sinopoli. Il direttore d’orchestra italiano è stato colto da un infarto mentre dirigeva l’”Aida” di Verdi alla Deutsche Oper di Berlino. Subito soccorso, è morto poco dopo la mezzanotte in ospedale durante un disperato intervento chirurgico. Cinque anni prima, il 7 gennaio 1996, la stessa sorte era toccata. al Metropolitan di New York al tenore americano Richard Versalle. Il cantante, 63, è stroncato da un infarto mentre sta intonando l’aria “Non si vive più di tanto, peccato che la vita è così corta”.

In Italia. Nel giro di pochi anni la morte in scena coglie Orazio Orlando, Ileana Ghigne e Gianfranco Mauri. Il 18 dicembre 1990 Orlando è vittima di una crisi cardiaca a 53 anni mentre prova “A Eva aggiungi Eva” al Teatro Flaiano di Roma. Sempre il cuore tradisce, il 18 dicembre 2000, Gianfranco Mauri, 72 anni, attore “scoperto” da Strehler. Stava per andare in scena nel “Giardino dei ciliegi” di Cecov al teatro Sociale di Brescia. Il 3 dicembre 2005 invece un aneurisma è fatale alla Ghigne, 71 anni. L’attrice, impegnata in una delle ultime repliche della “Ecuba” di Euripide al Teatro Ghione di Roma, fa appena in tempo a recitare la battuta “Uccidere una donna è una cosa terribile…”, poi si accascia al suolo e dice al pubblico: “Scusate...sto male”.