Ascolese e co. Che bel tributo ai Beatles

Franco Fayenz

Umbria Jazz Winter ha concluso a Orvieto l'edizione numero tredici. Ha confermato di essere ancora viva e vitale, smentendo i pronostici che criticavano alcune ripetizioni e la presenza di nomi troppo ricorrenti. C'è da osservare, piuttosto, che il festival ha programmato quattro commemorazioni (è un eufemismo chiamarle omaggi o tributi): di Django Reinhardt, Charlie Parker, Ray Charles e Milton Jackson. Era impossibile non notare un simile affollamento che andava evitato. Ma le date sono quelle che sono, e il jazz del Ventunesimo secolo vive di ricordi e della consapevolezza di essere stato la grande musica del Ventesimo secolo, non dei giorni nostri. Non è colpa di Umbria Jazz. Ciò premesso, il festival ha mostrato le luci e le ombre di un'edizione «normale». Parliamo delle prime per cominciare bene il 2006, e mettiamo in evidenza il duo di Claudio Filippini e Daniele Mencarelli, pianoforte e contrabbasso. Sono giovani, affiatati, ricchi di tecnica, di espressività e capaci di comporre temi assai belli che denotano una progettualità autonoma. Pregevole il concerto per Ray Charles del quintetto di John Scofield. Sarebbe stato perfetto se fosse durato meno: gli ultimi venti minuti sono stati compromessi dal desiderio di strafare. Con piacere si è riascoltato il vibrafonista Joe Locke, protagonista nel 2000 di un duo con Cecil Taylor. Questa volta lo hanno ben coadiuvato Francesco Cafiso, George Mraz e Lewis Nash. Stupendo, infine, lo spettacolo multimediale Let It Be-atles di Giampaolo Ascolese, Massimo Achilli e Gerardo Jacoucci che ha rievocato l'epopea dei Beatles. Un quinto ricordo: ma ben vengano, quando sono di questo livello.