Ascoltare i testimoni di un delitto d’autore

Girano voci tremende sul delitto commesso in Germania, a Tannöd, Alto Palatinato, oltre mezzo secolo fa. Le ha raccolte una per una Andrea Maria Schenkel. Avendo cura di trascrivere nome, cognome, età e professione di testimoni che, citati testualmente uno dopo l’altro nelle pagine del suo romanzo d’esordio da 700mila copie La fattoria del diavolo (Giunti, pagg. 140, euro 12,50, traduzione di Francesca Legittimo) acquistano profilo e colore di personaggi più per il tono e il timbro del loro racconto che per i tratti e le fisionomie che la narratrice si astiene dal descrivere oltre il necessario.
Sfilano così senza studiati effetti scenici, ma con crescente impatto drammatico, Betty, 8 anni, la compagna di banco della piccola Danner uccisa a picconate con tutti i suoi familiari in una notte di fine marzo. Ed Hermann Müller, 35 anni, il maestro delle due bambine e degli altri scolari del villaggio. Ludwig Eibl, 32 anni, il postino, che all’indomani della strage mollò la copia del giornale davanti alla porta chiusa senza curarsi del cane che abbaiava né del padrone che, orso com’era, non si sarebbe degnato di affacciarsi per un saluto. O Kurt Huber, 21 anni, montatore, che non si sarebbe trattenuto sull’aia davanti al fienile più del tempo necessario a riparare il trinciaforaggio del fattore che, spilorcio come lo conosceva, cara grazia se gli avrebbe pagato il servizio.
Fra le testimonianze registrate dal vivo, trascritte alla lettera e giustapposte come le tessere di un mosaico o di un puzzle, si insinua appena qualche spiraglio utile a far luce sulla composizione del rompicapo. Filtra da sotto la porta della camera di mamma dove a quell’ora di notte - chissà perché - la candela è ancora accesa. O dalla fessura della porta socchiusa della stalla dove qualcuno - chissà chi è - sta rovistando fra gli attrezzi. E, tra le parole pronunciate dal sindaco del paese o dalla sorella della serva assunta alla vigilia della propria tragica morte in fattoria, dal figlio del contadino della cascina di fronte o dalla merciaia che «sa sempre tutto», trascorre con l’insistenza di una litania la supplica lamentosa di una preghiera: riportata tra un capitolo e l’altro in corsivo e recitata più per zittire le insinuazioni sull’eccidio (ripicca? rivalsa? mostruosa vendetta sessuale?), spergiurare i sospetti, ostentare scongiuri bigotti, che per esprimere una sincera pietà umana per le sue vittime.
Il colpevole, feroce carnefice, dell’omicidio realmente commesso in Germania negli anni Venti non fu mai trovato. Se Schenkel si prende la libertà di trasportare il misfatto di un trentennio, di trasferirlo in una fiction anni Cinquanta - già tradotta al Landestheater di Innsbruck in pièce teatrale, interpretata in audiolibro da Monica Bleibtreu e in corso di trasposizione cinematografica - non è (solo) per avvicinarsi a una soluzione o mettere a portata di mano del suo lettore gli elementi per trovarla. Cresce a livelli esponenziali passando dal primo al secondo dopoguerra il senso di colpa che grava insopportabile sugli abitanti di Tannöd all’indomani del delitto come su tutti i tedeschi prostrati dopo il primo e, peggio, dopo il secondo conflitto mondiale. E aumenta la diffidenza di chi, ascoltando le loro giustificazioni, stenta a credere alla loro innocenza e alla verità delle loro testimonianze.
Malfidi, accaniti, spietatamente attenti ci si dispone ad ascoltarli. Pronti a coglierli in fallo per il lapsus, l’incongruenza, la stonatura, che forse li tradirà, ma di sicuro non potrà mai essere imputata alla loro autrice - maestra nel disegnare piste false - come una caduta di stile.