Come asfaltare il Canal Grande

L'analisi di Sgarbi: è una città unica al mondo, come Venezia. Non vanno applicati gli stessi criteri di vivibilità che hanno senso a Francoforte o Montreal

Milano - Una grande vittoria il referendum sulla Tramvia a Firenze, l’ha registrata: l’altissima percentuale di votanti - il 40% - su un avvenimento il cui apparente interesse locale s’è trasformato da questione materiale in questione spirituale. Una questione non solo estetica, ma anche etica, di interpretazione della vita, di modo di vivere, a pochi giorni dalla celebrazione della «giornata della lentezza», che mi sembra mettere in discussione il mito obbligatorio della modernità. I cittadini hanno dunque voluto far sentire la loro voce, indicare al palazzo la loro disponibilità e indisponibilità.
Come ai tempi del referendum sul divorzio gli apparati di partito, stando ai primi risultati, non sono stati in grado di prevalere sui valori della cultura e sull’autonomia delle coscienze.

Nessun dubbio che i cittadini di Firenze, come gli italiani, come tutti quelli nel mondo che vogliono conoscere questa bellissima città, ne apprezzano la peculiarità di città d’arte, attribuendole un primato che, in larga misura coincide con l’idea stessa di arte italiana. È evidente che questa condizione così assoluta ed esclusiva non possa essere surrogata con fotografie di architetture insigni isolate dal contesto urbano come nel repertorio Alinari; e che quindi Firenze sia anche la sua aura, gli spazi, la rievocazione della sua sublime stagione letteraria. E che, quindi, a Firenze uno si aspetti, con la parola, di vedere apparire dietro l’angolo Dante, e di ritrovare in alcuni angoli atmosfere irripetibili altrove. Per questo il concetto di innovazione, da alcuni legato a tramvia, deve invece essere riferito a tutti gli strumenti che consentono la conservazione della città e la sua integrità fisica e spirituale. In sostanza l’idea di Firenze non dovrebbe essere lontana dall’idea di Venezia. E chi ha il privilegio di occuparsi della vita e della tutela di una città come Venezia non può applicare ad essa gli stessi criteri di vivibilità che hanno senso a Francoforte, a Los Angeles, o a Montreal. Venezia è il suo lungo tempo sospeso, fuori del tempo. E Firenze deve essere misurata e vissuta con analogo sentimento. Per questo non si potrebbe immaginare di sostituire le Giubbe Rosse con il Caffè Armani o il Coco Lezzone con McDonald’s. Tutti sappiamo che questo rischio è possibile, ma il sindaco non può avere la stessa mentalità di un imprenditore e non considerare di vivere in una città dei monumenti. E quindi come, nonostante la prevedibile utilità, non si asfalta il Canal Grande per arrivare più velocemente a piazza San Marco (progetto che ha sfiorato la mente di qualche impertinente futurista), così non si fa passare una tramvia a pochi metri da Santa Maria del Fiore. Il sindaco può utilmente occuparsi di sanità, immondizia e scuole, ma non tocca a lui occuparsi di monumenti e sfigurarli in nome del benessere, della comodità, dell’innovazione. Il voto dei cittadini ha indicato la preoccupazione che, a fronte di poteri dello Stato deboli, come è accaduto nel caso della pensilina di Isozaki, l’amministrazione comunale occupa uno spazio che non le compete. La coscienza e la dignità di una città d’arte sono il segnale più importante che esce da questo referendum e impone all’amministrazione una riflessione su scelte che non investono il tempo breve della vita, ma il tempo lungo della storia. I cittadini hanno assunto la responsabilità di garantire questa dimensione, singolare, di Firenze. Più che un voto è un monito, un richiamo a valori dimenticati. In ogni caso, occorrerà tenerne conto.