Ashkenazy e il Walton «religioso»

Vladimir Ashkenazy, il gigantesco pianista che tutti conosciamo, da tempo ormai pratica con crescente regolarità anche la direzione d’orchestra, dove si è ritagliato un suo repertorio (autori della grande tradizione russa e, più recentemente, anche autori inglesi del Novecento), nel quale, se anche non possa considerarsi un direttore nato ma piuttosto un pianista prestato alla direzione d’orchestra, le sue interpretazioni appaiono il frutto di una forte personalità musicale, e sono sempre cariche di fascino e suggestione.
A Roma, ad anni alterni si fa ascoltare con somma soddisfazione di pubblico e orchestra, nonostante i brani prescelti non siano molto conosciuti. Assai curioso è poi il fatto che negli ultimi anni, con regolare, convinta passione, si dedichi ad autori ed opere del Novecento inglese, meritevoli d’essere conosciuti. A Roma ci ha fatto ascoltare Britten, poi lo sconosciuto oratorio Il sogno di Geronzio di Elgar, ed ora un oratorio ancora, monumentale: Il festino di Baldassarre (per grande orchestra, doppio coro, baritono solista - l’inglese Garry Magee - batteria di percussioni e un nutrito gruppo di ottoni) di William Walton, inglese puro sangue, ma per metà anche italiano, avendo trascorso molti anni della sua vita a Forio d’Ischia.
Su quel suo oratorio, Walton tornò parecchie volte, dopo il debutto di Leeds nel 1931, l’ultima nel ’59. Nato come una composizione quasi cameristica, nel tempo s’era trasformato in una ricca, grandiosa epopea che per Karajan rappresentava «la migliore musica corale composta negli ultimi cinquant’anni». Per il libretto dell’oratorio, il cui argomento è tratto principalmente dal libro del profeta Daniele, Walton si avvalse della collaborazione di sir Osbert Sitwell (fratello della poetessa Edith che aveva scritto per Walton quei curiosissimi versi di Facade, l’opera sua più singolare e forse anche la più eseguita). Si narra del festino imbandito dal re Baldassarre, durante il quale una mano misteriosa traccia scritte minacciose che preannunciano a Baldassarre la sua morte e la caduta di Babilonia.
Nella prima parte del concerto Ashkenazy si concentra su Beethoevn. Il Beethoven più sperimentale, eseguendo la Fantasia per pianoforte, coro e orchestra op.80, solista Simone Pedroni; ed il Beethoven più avveniristico, quello della Grande Fuga op.133, più nota nella primitiva versione quartettistica, mentre Ashkenazy la propone in una trascrizione per orchestra d’archi, realizzata dal direttore-compositore Paul Felix von Weingartner.
Sala Santa Cecilia. Oggi alle 18, lunedì 1 giugno (ore 21), martedì 2 giugno (ore 19.30). Info: 06.8082058.