Aspettando l’Economist

La sinistra definisce poco serio quel Financial Times che giudicava serissimo sino a poco tempo fa, quando criticava Berlusconi: e deriderla è più che giusto. Rendere la pariglia, tuttavia, significa anche sentirsi più credibili nell’ipotizzare che la stampa estera, in generale, scrivesse sciocchezze allora e possa scriverle anche oggi. Nel caso, la precarietà di un governo Prodi è persino ovvia, e il Financial Times non fa che fotografarla: ma è dal 1994, per il resto, che tanta stampa italiana ha riscoperto quella estera solo per inglobarla nel grande circo bipolare e quindi per battagliarsi a colpi di Economist e New York Times. Ma qual è il saldo? Parlatene con qualcuno che la stampa estera la legga davvero: vi confermerà che il più delle volte gli articoli sull’Italia sono degli agglomerati di luoghi comuni e superficialità, e che gli articoli più strettamente economici, per contro, spesso sono scritti per uso interno e denotano la lungimiranza politica di un estratto conto. Quindi seguitiamo a leggere la stampa estera, per carità: ma leggiamo prima la nostra e ricordiamo per esempio che l’Economist, l’autorevole Economist, sull’Italia in definitiva non ne ha azzeccata una, e che non ha fatto che scopiazzare il peggio del nostro giornalismo che fa già abbastanza schifo di suo. Un giornalismo che oggi, a parte i soliti due o tre, vede il potenziale governo Prodi, da solo, semplicemente per quello che è.