Assalti in villa, caccia alle bande Al setaccio le favelas sul Lambro

Arresti confermati per i 4 nomadi: avrebbero colpito ad Aicurzio e in canonica a Calco

Paola Fucilieri

Quattro romeni arrestati con l’accusa di rapina, ricettazione e lesioni, uno rilasciato ma indagato per ricettazione e due «uccel di bosco» destinati a restare tali. «Se la sono filata nella loro terra, in Romania, sarà difficilissimo prenderli» dicono gli investigatori dell’Arma, gli uomini del nucleo operativo di Milano e Monza che da almeno tre mesi hanno costituito un vero e proprio pool antirapine dedito 24 ore su 24 esclusivamente a individuare e smantellare i nuclei di balordi dell’Est Europa specializzati nei colpi in villa.
Quelli finiti in manette l’altra sera per mano dell’Arma dei carabinieri sono di certo i responsabili dell’aggressione di un parroco di un paesino nella Brianza lecchese, don Marino Rossi di Calco (Lecco), aggredito con una spranga, malmenato per oltre 30 minuti e rapinato giovedì in serata mentre rientrava in canonica, da tre uomini che si erano portati via i soldi raccolti dal sacerdote durante le benedizioni natalizie nelle case: il religioso venne ricoverato con una prognosi di una ventina di giorni.
E sempre gli stessi delinquenti catturati sarebbero anche gli autori dello spaventoso colpo di Aicurzio (vicino a Vimercate) avvenuto il 18 novemmbre, durante il quale, intorno alla mezzanotte, due coniugi sessantenni e il figlio minore di 25 anni vennero picchiati, colpiti a calci e pugni per oltre un’ora da quattro o cinque rapinatori dal volto coperto, penetrati nella loro abitazione. A trovare un’ora dopo i genitori e il fratello, atterriti, fu l’altro figlio, il maggiore della coppia, che avvertì il 112.
Gli investigatori dell’Arma, dopo intense indagini, hanno studiato i loro «soggetti», balordi romeni itineranti (e per questo difficili da prendere, almeno tutti) che presentano molti punti in comune con quelli che agiscono, sul medesimo fronte delle rapine in villa, nel Bolognese. Mentre gli «emiliani» si rifugiano sulle rive del fiume Reno, i «nostri» avevano trovato il loro punto d’appoggio nella baraccopoli dietro via Idro, lungo il Lambro e nel punto che passa sotto il cavalcavia di Cascina Gobba. Costruzioni abbattute dal Comune qualche tempo fa, ma ricostruite da questi clandestini nel giro di tre giorni. «Sono dilettanti pericolosi - affermano i carabinieri - perché non temono nulla e non hanno nulla da perdere. Si spostano, girano di qua e di là (per questo li abbiamo qualificati “itineranti”), quindi si aggregano in 6-7 usando come base d’appoggio proprio la baraccopoli sul Lambro, quindi partono per il colpo. E si ritrovono solo più tardi, 5-6 giorni dopo. Naturalmente allo stesso posto».