Assalto all’ambasciata, l’Iran «avverte» Londra

Trentadue anni cancellati in un pomeriggio. La scena sembra quella del novembre 1979. Dal corteo che attraversa i vialoni di Teheran sud, vecchio cuore diplomatico della capitale, si staccano 300 studenti. In un attimo il gruppuscolo urlante è davanti all’edificio dell’ambasciata britannica. Al grido di «morte all’Inghilterra» il cancello viene divelto, la folla fa irruzione nell’edificio. La televisione iraniana diffonde le immagini della bandiera britannica rimossa e bruciata, riprende gli studenti affacciati alle finestre che seminano come coriandoli al vento incartamenti e dossier. Per qualche ora la sorte del personale resta un mistero. Le autorità inglesi tacciono. L’agenzia iraniana Fars prima segnala la presa di sei ostaggi, poi ne annuncia la liberazione. Ma assalti e irruzioni non si placano. Per tre volte i dimostranti travolgono i poliziotti, penetrano nell’edificio, danno alle fiamme un’auto parcheggiata nel cortile, distruggono porte e finestre.
Quei 32 anni cancellati in un soffio non sono solo un deja vu. L’assalto è una pericolosa escalation capace di traghettarci dalla guerra fredda alla guerra dichiarata. I segnali ci sono tutti. Mentre il ministro britannico William Hague minaccia «serie conseguenze» le Cancellerie occidentali e i 15 membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu esprimono la loro condanna e si studia una risoluzione che preveda anche misure punitive. Certo a metter a segno l’azione anti inglese sono, formalmente, i gruppi più estremisti del movimento studentesco vicino alla Suprema Guida Alì Khamenei. Le autorità iraniane assicurano di aver fatto il possibile per contenere la loro rabbia e il ministero degli Esteri iraniano scarica tutte le colpe su «gruppetti di facinorosi». Senza un certo grado di tolleranza gli studenti non avrebbero però potuto oltrepassare gli sbarramenti di polizia. Nel 1979 l’assalto all’ambasciata Usa e a quella britannica, i 444 giorni di occupazione della sede americana e la detenzione di 52 ostaggi, si svolsero con la benedizione dell’Imam Khomeini. I protagonisti dell’irruzione di ieri affermano di non voler far marcia indietro senza una precisa richiesta di Alì Khamenei. L’assalto, inoltre, arriva all’indomani della richiesta di espulsione dell’ambasciatore britannico Dominick Chilcott votata dal Consiglio dei Guardiani in seguito alle nuove sanzioni anti iraniane varate da Londra, che puntano a bloccare le transazioni dalle banche iraniane e sono state innescate dal rapporto dell’Aiea in cui si denunciano i tentativi iraniani di dotarsi di armi nucleari.
Ma il gioco delle rappresaglie s’avvicina al punto di non ritorno. L’assalto all’ambasciata arriva all’indomani di una misteriosa esplosione a Isfahan, la città dove si tratta l’uranio destinato all’arricchimento nelle centrifughe nucleari. Quell’esplosione è, probabilmente, solo l’ultimo capitolo della guerra segreta scatenata da Israele. Una guerra segnata da numerose operazioni di sabotaggio e dall’uccisione di vari scienziati nucleari iraniani. Non a caso i dimostranti scesi in piazza ieri inneggiavano al «martire Majid Shahriari», lo scienziato iraniano ucciso in un attentato attribuito al Mossad. Anche l’attacco alla rappresentanza diplomatica va visto, dunque, nel contesto di una escalation molto più ampia, che riguarda anche la spinosa questione siriana. L’Inghilterra è una delle nazioni che ha assunto le posizioni più risolute nei confronti di Damasco. Far cadere il regime di Bashar Assad significa spezzare l’asse sciita che permette a Teheran di rifornire Hezbollah e Hamas e colpire Israele. L’assalto di ieri ha, dunque, uno scopo preciso: serve a far capire a Londra che, di questo passo, le fiamme della sua ambasciata si propagheranno all’intero Medio Oriente.