Assalto al carcere anti-Gheddafi in fuga i prigionieri politici

Nel braccio numero uno le porte delle celle sono tutte aperte. All'interno, si vedono ancora i segni di una fuga frettolosa. Per terra, sottili e sudici materassi sono in disordine. Il bucato dei prigionieri è ancora appeso alle corde che attraversano la piccola stanza, uno spazio di cinque metri quadrati che doveva bastare a dieci persone.
La bandiera dei ribelli libici sventola da venerdì sera sulla famigerata prigione di Abu Selim, a Tripoli. La battaglia per il controllo del quartiere, uno dei pochi nella capitale ancora sotto il controllo delle forze di Gheddafi, è stata lunga e violenta. Le pensiline del mercato rionale, annerite dalle esplosioni, ieri fumavano ancora. E a una rotonda all'entrata del quartiere, a pochi passi dal cancello d'ingresso del compound di Gheddafi a Bab Al Aziziya, l'aria è impregnata dell'odore di oltre 20 corpi in decomposizione, abbandonati lungo la strada e sull'erba annerita delle aiuole. Sono i resti di combattenti delle forze di Moammar Gheddafi. Le forze fedeli al Colonnello avrebbero ucciso più di 150 prigionieri a Tripoli, prima di fuggire di fronte all’avanzata dei ribelli. Lo ha dichiarato Abdel Nagib Mlegta, responsabile delle operazioni militari degli insorti della capitale.
«Ci sono stati degli episodi di vendetta nelle ultime ore prima della caduta del regime. A Bab al-Aziziya, c’è stato un massacro». Ma la notizia non sarebbe ancora stata confermata.
Non c'è stata nessuna battaglia, però, per il controllo della carcere dove erano rinchiusi oltre 1.500 prigionieri politici: oppositori del regime di vecchia data, islamisti, membri di gruppi politici religiosi, e da qualche mese giovani rivoluzionari. Mercoledì, mentre attorno infuriavano i combattimenti, guardie e secondini sono fuggiti. Poche ore dopo, gli abitanti del quartiere sono entrati furtivi nella prigione e hanno liberato tutti i prigionieri, come già successo in altri carceri per detenuti politici. Difficile capire però se in simili occasioni anche semplici criminali possano essere evasi, creando così un ulteriore problema di sicurezza a una capitale sospesa, pericolosa, dove gli scontri armati e le violenze continuano, in cui manca spesso l’elettricità e da poco anche l’acqua corrente. E dove ognuno sospetta anche del proprio vicino di casa. Quella ad Abu Selim per le forze ribelli rappresenta una vittoria simbolica, non soltanto perché il quartiere è considerato un'area con forti sentimenti pro-Gheddafi. Il suo carcere nel 1996 è stato il teatro di una rivolta di detenuti soppressa nel sangue. Secondo Human Rights Watch, 1.200 detenuti furono uccisi dalle guardie armate. Il 15 febbraio, a Bengasi, a dare inizio alla rivoluzione è stata proprio una manifestazione organizzata dai parenti delle vittime di Abu Selim, protagonisti ovunque in Libia della rivolta. E nei mesi passati, centinaia di sostenitori della rivoluzione, semplici simpatizzanti e oppositori senza credenziali politiche sono finiti nell’affollato carcere. «Eravamo ammassati in sei o sette in piccole stanze da una sola persona», spiega Nasser Saraj, un ginecologo finito in cella il 7 giugno, dice, per aver staccato il ritratto del colonnello Gheddafi da suo ufficio in ospedale. Nasser Saraj è diabetico e racconta di aver richiesto più volte l'aiuto di un dottore.
Ai muri delle loro celle, i detenuti hanno appeso ritagli di giornale: il mare, una palma, il pellegrinaggio alla Mecca, una Mercedes. C'è chi ha disegnato una cartina dell'Asia, una dell'America, chi ha scritto una poesia sullo stucco bianco.
Nel 1996, la rivolta dei detenuti «è partita da qui, dalla cella numero nove», spiega Ali Matouk, che tra quelle mura ha vissuto dal 1991 al 2001. La sua colpa, spiega, è stata quella di essere un musulmano molto zelante e un assiduo frequentatore delle moschee in un momento, l'inizio degli anni Novanta, in cui Gheddafi era in guerra aperta contro gli islamisti. Il giorno del massacro di Abu Selim, Ali Marzouk si trovava nella sua cella quando i prigionieri della numero nove hanno colpito in testa la guardia che portava loro il cibo, riuscendo a impossessarsi del mazzo di chiavi. Pochi minuti dopo, i detenuti controllavano il carcere, ma non erano liberi. «I capi della rivolta acconsentirono a tornare nelle celle in cambio di un trattamento migliore», spiega Ali. Poco dopo, ricorda, la sicurezza interna spalancò una a una le pesanti porte di metallo grigio di una parte del carcere, facendo fuoco sui prigionieri.