Assalto dei clandestini Zapatero manda i soldati

A centinaia forzano l’enclave di Ceuta sulla costa marocchina. Cinque morti

Roberto Fabbri

L’assalto dei clandestini africani alle enclave spagnole sulla costa marocchina si tinge di sangue. Cinque disperati che cercavano di scavalcare la barriera di confine tra il Marocco e la città di Ceuta insieme ad altre centinaia di persone sono morti la scorsa notte, alcuni colpiti da proiettili sparati da guardie di frontiera, non si sa se spagnole o marocchine, altri sembra calpestati nella calca. Si contano anche una cinquantina di feriti. Il premier spagnolo Zapatero ha ordinato un’inchiesta sull’accaduto, ma anche l’invio di circa 500 uomini dell’esercito a sostegno della Guardia Civil, mentre il Marocco ha annunciato l’invio nelle zone calde di altri 1.600 elementi delle proprie forze di sicurezza.
Già nei giorni scorsi una folla di circa mille africani aveva letteralmente preso d’assalto il muro di confine di Melilla, l’altra città spagnola sulla costa nordafricana, e circa trecento erano riusciti a forzarlo. Gli emigranti da tempo cercano di utilizzare Ceuta e Melilla come vie d’accesso all’agognata Europa, dopo che i migliorati controlli nello stretto di Gibilterra hanno reso sconsigliabile quella via di approdo in Spagna.
Si tratta dei più gravi e impressionanti episodi di questo genere nella storia dell’emigrazione dall’Africa. È noto che migliaia di disperati si avventurano in viaggi pericolosissimi affidandosi a mercanti di uomini che fanno loro attraversare clandestinamente il Sahara in condizioni molto dure e in cambio di cifre per loro esorbitanti. Molti giungono sulla costa mediterranea del Marocco e si accampano nei boschi nelle vicinanze delle due città che dal quindicesimo secolo la Spagna possiede in terra d’Africa. Qui attendono il momento opportuno per tentare di sconfinare illegalmente: i muri di confine sono lunghi poche decine di chilometri, ma la sorveglianza non può essere perfetta, il gioco vale la candela. Il miraggio è l’Europa, dove uomini giunti da Paesi poverissimi e senza prospettive sperano di arrivare per cercarvi una vita degna di essere vissuta.
Evidentemente incoraggiati dalla notizia dell’episodio di Melilla, la scorsa notte una folla di africani stimata in circa 600 persone, molte delle quali munite di scale, ha tentato di forzare la duplice barriera che separa la zona di Oued Daouyate, in territorio marocchino, da Ceuta. Si tratta di un muro e di una rete di filo spinato, che precedono il posto di frontiera spagnolo. Un giovane della Guinea, rimasto ferito e ricoverato nell’ospedale della città marocchina di Tetouan, ha raccontato di una vera battaglia. «Abbiamo attaccato in un luogo chiamato Ben Younech - ha detto il giovane Abderrahman Fadiga -. Eravamo molto numerosi e il nostro assalto è stato fulmineo. La guardia civile spagnola è stata colta di sorpresa, poi però hanno chiamato rinforzi, lanciato bombe lacrimogene e sparato proiettili di gomma contro di noi. Hanno anche sparato proiettili veri in aria».
Il vicepremier spagnolo Maria Teresa Fernandez de la Vega ha confermato la morte di cinque africani, tre in territorio marocchino e due su suolo spagnolo. Non ha però risposto alla domanda se fossero stati colpiti da proiettili. La stampa marocchina nega che le proprie guardie di confine abbiano sparato, e accusa gli spagnoli.
Il ministro degli Esteri di Madrid, Miguel Angel Moratinos, ha chiesto l’aiuto dell’Unione Europea e ha assicurato che si farà di tutto perché simili episodi non si ripetano, contando sulla fattiva collaborazione del Marocco. Già da tempo il premier Zapatero aveva dato via libera ai lavori per il raddoppio dei muri di confine a Ceuta e Melilla: dai tre metri di altezza attuali raggiungeranno i sei. Ma per i disperati che hanno rischiato la morte per arrivarci davanti cambierà poco. «Possono alzarli anche a dieci metri - ha detto un giovane senegalese a un giornalista spagnolo -, noi li scavalcheremo lo stesso: tanto non abbiamo niente da perdere».