Assalto finale in Irak, Al Qaida ha le ore contate

Le vittime sono poliziotti che vigilavano su una manifestazione di integralisti

In Irak, Al Qaida è in fuga anche dalla sua ultima roccaforte: la città di Mosul, nel nord. Così scrive il Sunday Times, pochi giorni dopo le forti dichiarazioni del premier iracheno Nouri al Maliki: «Il governo ha sconfitto il terrorismo in Irak». L’operazione «Ruggito del leone», iniziata a Mosul a maggio, avrebbe inferto un colpo fatale all’organizzazione, spingendola ferita a morte nelle campagne. La rete era già stata fortemente indebolita negli scorsi mesi nella parte centrale e occidentale del Paese, nella regione di Al Anbar e in molte zone della capitale Bagdad. È sicuramente un grande successo per gli Stati Uniti, scrive il giornale britannico, che ricorda però come i soldati americani al nord non stiano combattendo da soli. In azione c’è soprattutto l’esercito iracheno, che dal 2007 è cresciuto di ben 100mila unità. A Mosul, dove mille sostenitori di Al Qaida sarebbero stati arrestati, dove sarebbero state trovate camere di tortura utilizzate dai terroristi e nascondigli di armi, i protagonisti sono i soldati iracheni, mandati al fronte dal governo di Nour al Maliki. L’alleato di Washington, considerato per lungo tempo debole e incapace, oggi è l’uomo che ha «pacificato l’Irak», come ha scritto il Wall Street Journal.
Ricorda il Sunday Times come Mosul sia l’ultima di una serie di battaglie di successo: «Il punto di svolta è attribuito al «surge», strategia del generale David H. Petraeus, comandante in capo delle forze americane, che ha affrontato Al Qaida assicurandosi 30mila truppe in più», ma anche garantendosi l’appoggio della popolazione locale e soprattutto delle potenti tribù sunnite. Dall’inizio del surge, nel 2007, «le violenze in Irak sono calate dell’80 per cento». A Mosul, come in altre regioni del Paese, Al Qaida è stata sradicata anche grazie al sostegno di quegli abitanti sunniti che nei primi mesi della guerra avevano invece appoggiato i terroristi contro gli «invasori stranieri». Poi, con il passare del tempo e l’aumentare delle stragi esplosive nei mercati, firmate Al Qaida, il crescere delle imposizioni del fondamentalismo religioso dei terroristi, spesso in arrivo da altri Paesi islamici, sugli usi e i costumi locali, la popolazione ha detto basta.
Il mese scorso, il direttore della Cia, Michael Hayden, ha parlato di «sconfitta strategica» per Al Qaida. Questo successo, americano e iracheno, sottolineato dall’esito dell’operazione a Mosul, è rafforzato dai risultati ottenuti dall’esercito di Bagdad al sud, contro le milizie sciite dell’esercito del Mahdi. Nei mesi scorsi, le forze di sicurezza nazionali (gli americani hanno inviato consiglieri militari e non unità di combattimento in appoggio) hanno indebolito il movimento militare e politico di Moqtada al Sadr, leader sciita vicino all’Iran, nelle sue roccaforti di Bassora e nella regione di Maysan, al sud, e nel sobborgo di Sadr City, nella capitale. L’operazione ha obbligato Moqtada a chiedere al suo esercito del Mahdi di smettere di combattere e ha dato un duro colpo all’organizzazione anche a livello politico.
Il successo a Basra ha dato lustro ad Al Maliki: il premier, uno sciita, ha infatti inviato le truppe nazionali, in maggioranza sciite, a combattere una milizia a sua volta sciita, attirandosi così il rispetto delle altre comunità irachene e le lodi della comunità internazionale. «Questi enormi risultati restano fragili - mette in guardia il Wall Street Journal (ieri una bomba ha ucciso almeno dieci civili nella capitale) - ma dove gli Stati Uniti stavano inequivocabilmente perdendo alla fine del 2006, oggi stanno inequivocabilmente vincendo».