Assalto al forno

Ai tempi dei Promessi Sposi andava di moda l'assalto al forno: il popolo aveva fame e il fornaio era antipatico, con tutti quei saporiti pani allineati nella sua bottega suscitava invidia e livore. Ovviamente dopo aver saccheggiato la bottega del fornaio ed aver arraffato un paio di pagnotte la fame tornava e questa volta non c'era più nemmeno il pane da comprare onestamente perché il forno ormai era bruciato. Temo che quanto sta accadendo ai giorni nostri con il «decreto Bersani» sia abbastanza simile ad uno sconsiderato assalto al forno.
I tassisti sono antipatici, i farmacisti pure, gli avvocati e i notai non parliamone... niente di meglio che compiacere la piazza con provvedimenti punitivi e non concertati verso categorie viste (a torto o a ragione) come «privilegiate»: peccato che nella gestione delle finanze di uno Stato ci siano dei valori preminenti che devono essere tenuti in considerazione, specialmente in un ambiente caratterizzato da un'elevata mobilità internazionale dei capitali. Questi valori sono la sicurezza e l'affidabilità dell'ambiente economico di riferimento: se si ignorano questi delicati equilibri si rischia di scappare con due michette pensando di essere stati furbi, dimenticando che il valore del forno bruciato è infinitamente superiore a quello della pagnotta rubata.
La politica del «colpo di mano» che sembra caratterizzare le prime mosse (poi magari corrette e rivedute) del governo sta già purtroppo producendo frutti avvelenati: mentre i media (e anche qualche elettore di centrodestra) si spellano le mani su quanto sia giusto assestare botte a freddo a tassisti, farmacisti, panificatori, società immobiliari eccetera, passa sotto silenzio il fatto che il flusso di capitali in uscita dall'Italia ha già assunto proporzioni immense: nei primi mesi del 2006 l'ammontare dei depositi in Svizzera riconducibili a titolari esteri è aumentato di circa 350 miliardi di euro rispetto all'anno precedente, dei quali una significativa percentuale è riconducibile a capitali di origine italiana. È realistico pensare che di questi 350 miliardi circa la metà abbia origini tricolori, ma se anche prudentemente stimassimo la quota italiana pari ad un terzo, avremmo sempre una cifra iperbolica, superiore a 100 miliardi di euro, e che non accenna a diminuire.
Vale la pena quindi muoversi come un elefante nella cristalleria fra gli applausi della sinistra radicale, prelevando due miliardi di euro con una manovrina «di immagine» per poi farne scappare cento? Vale la pena spaventare «i ricchi» con proclami bellicosi (senza contare poi che in Italia i ricchi sono quei pochi onesti che dichiarano tutto, mentre quelli che già hanno i beni in qualche holding lussemburghese accolgono i proclami governativi con un mezzo sorrisino) con il solo risultato di rimpinguare le casse della Confederazione e del Principato?
Ricordiamo che tra il 2000 e il 2002 grazie alla vituperata politica dello «scudo fiscale» di Tremonti i profitti lordi delle banche ticinesi scesero del 40% a fronte di un calo del solo 22% della Confederazione Elvetica nel suo complesso... ricordiamo anche che i dati estremamente positivi delle entrate fiscali relative all'anno scorso stanno a dimostrare che l'aumento del gettito per mezzo della riduzione delle imposte è una strada che può essere tentata.
La sensazione è che il nuovo governo cerchi il facile applauso: peccato però che alla fine conteranno i numeri. Assaltando i forni nessun popolo ha fatto molta strada, anzi, nei Promessi Sposi ricordiamo che dopo è arrivata la peste.