Assalto a un palazzo, gli immigrati trovano «casa»

Paola Fucilieri

Un’occupazione abusiva in massa, seppur tranquilla e con appoggi inconsistenti, è pur sempre un’occupazione abusiva in massa. Centotrenta stranieri, guidati da una trentina di italiani - rappresentanti dell’associazione inter-razzista inter-etnica «3 febbraio» e autonomi dello «Ya basta» del centro sociale «Casa Loca» - martedì a mezzanotte arrivano sui bastioni di Porta Venezia e invadono in corteo via Lecco, una nota strada stretta della vecchia Milano che si allunga nella zona popolare più vicina al centro, tra corso Buenos Aires e via Vittorio Veneto. Al 113 arrivano telefonate allarmate dei residenti e la Digos giunge sul posto, ma gli «invasori» hanno già completato l’opera: forzati i portoni principali dello stabile privato di cinque piani dismesso da anni al civico 9, ci entrano, salgono fino in cima e, distrutte le porte blindate e parte dei muri per entrare, occupano le mansarde costruite di recente dalla proprietà. Che, in attesa di ottenere il permesso dal Comune, ha approfittato della legge sui tetti, creando questi nuovissimi spazi e guadagnando così in metri quadrati: lo scopo è quello di radere al suolo l’intero stabile (e, com’è ovvio, anche la parte più recente) e iniziare a costruire al suo posto un grande hotel.
Progetti immobiliari da società capitalista. Che non interessano affatto i 34 sudanesi del Darfur, gli eritrei, gli etiopi e i somali (perlopiù uomini, pochi i bambini) insediatisi lì. Sudanesi a parte, anche molti altri di questi extracomunitari si dichiarano rifugiati politici e, come tali - se e finché non lavorano - percepiscono un sussidio. Ciò che manca loro è solo un posto in cui vivere. E poiché, come hanno scritto i loro amici dello «Ya basta» su un lenzuolo bianco esposto sulla facciata del palazzo, la casa è tra i «diritti che non hanno prezzo» ora, in via Lecco, per quel che li riguarda, quel diritto l’hanno rivendicato e ottenuto. «Un diritto» in centro città, appena costruito, valore commerciale stimabile tra gli 8 e i 10mila euro al metro quadrato. Così ieri sera, riunitisi tra loro per decidere il da farsi, alla fine gli stranieri hanno deciso che l’attico mansardato, seppure un po’ «generone» romano, fa per loro. E ci restano.
Residenti a parte, anche i politici non l’hanno presa bene. Le motivazioni più concrete in questo senso ce le ha Tiziana Maiolo, assessore ai Servizi Sociali, con delega all’immigrazione, di Palazzo Marino. Che di questo gruppone di africani e dei loro sostenitori (compresi quelli nel frattempo defilatisi) ha ricostruito la cronistoria, una vicenda che si conclude in un quadretto non proprio edificante per occupanti e i sostenitori. Mentre dietro le quinte fa capolino (sono parole della stessa Maiolo) un’«oscura operazione politica».
«Dal loro arrivo questi extracomunitari hanno vissuto in un’area dismessa su viale Forlanini. In ottobre si sono rivolti al prefetto, con il quale non so cosa abbiano concluso. Subito dopo, però, sono venuti in Comune. A parte due donne somale, personalmente io e i miei collaboratori non li abbiamo mai incontrati, perché si facevano rappresentare da membri delle associazioni «3 febbraio» e del «Naga» (i volontari che si occupano di assistenza socio-sanitaria e dei diritti di stranieri e nomadi, ndr), sempre rifiutatisi di fornirci le generalità degli stranieri o anche solo fotocopie dei loro permessi di soggiorno per ragioni di “tutela della privacy”».
«Nonostante questo rendemmo disponibile una bellissima struttura a Legnano per 20 dei sudanesi del Darfur, in attesa di sistemare gli altri 14 del gruppo e poi le altre etnie - continua la Maiolo -. Giunti sul posto, però, gli stranieri ci dissero che lì non volevano solo dormirci, ma anche cenare. Naturalmente la cena non è mai stata negli accordi. E allora hanno abbandonato Legnano».
«Sempre con i rappresentanti del “3 Febbraio” (il “Naga”, nel frattempo, si era defilato) abbiamo fissato un altro appuntamento, in data 2 novembre, per sistemare gli altri 14 rifugiati del Darfur, ma non si è presentato nessuno - prosegue la Maiolo - Quindi, per trovare un tetto anche a coloro che non sono rifugiati e cercare in qualche modo di dare una mano a tutti, abbiamo messo a disposizione 30 posti a Milano, altri 30 fuori città e dato la disponibilità per viale Ortles. Ci avevano detto che tra questi africani c’erano anche dei malati, così abbiamo proposto un incontro, lunedì 14 novembre, per ottenere anche un elenco dei malati e farli ricoverare. Anche in questo caso non si è presentato nessuno».
E la questura? Ieri il questore Paolo Scarpis si è chiuso nel silenzio più assoluto, limitandosi a dichiarare che la situazione è tranquilla e i suoi uomini la stavano monitorando. L’impressione, però, è che per lo sgombero dello stabile di via Lecco 9, tra oggi e domani, sia solo una questione di ore.