Assange "arrestato" ma il suo lavoro non si ferma

Wikileaks, iIl famigerato hacker si è consegnato ieri mattina alla polizia di Londra: respinta la richiesta di libertà su cauzione, resterà in carcere almeno fino al 14 in attesa della prima udienza. I suoi collaboratori: continuiamo a far uscire i file Usa. Inviato a centomila sostenitori un messaggio criptato "con dati esplosivi". Ken Loach e Jemima Kahn erano pronti a sborsare per lui 250mila euro
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Julian Assange è finito in manette, ma il suo sito, Wikile­aks, continuerà a pubblicare in rete i documenti americani, che hanno messo in imbaraz­zo mezzo mondo. Se facesse una brutta fine l'algido piffe­raio della trasparenza ad ol­tranza ha organizzato un pia­n­o per rendere noti i documen­ti più scabrosi dei 251mila files sottratti al Dipartimento di Sta­to Usa. Ieri mattina alle 10.20 italiane, Assange si è consegnato alla polizia di Londra. Da fine no­vembre era ricercato dalla Sve­zia con un mandato di cattura europeo per delle ambigue ac­cuse di violenza sessuale. La colpa di Assange sarebbe quel­la di non avere usato il preser­vativo. Lo accompagnava l'av­vocato Mark Stephens, che per l'occasione ha sfoggiato una cravatta blu con piccoli te­schi e sciabole incrociate ros­si, simbolo dei pirati. «Sta be­ne » e la consegna a Scotland Yard si è svolta «in modi molto cordiali» ha sottolineato il lega­le. La corte di Westminster ha respinto la richiesta di libertà su cauzione. Assange dovrà ri­manere dietro le sbarre alme­no fino alla prima udienza del 14 dicembre. A sborsare quasi un quarto di milione di euro era già pronta la compagnia di giro dell'intellighenzia anti americana. Il regista Ken Loa­ch e l'ereditiera Jemima Kahn, ex fidanzata dell'attore Hugh Grant. A fare capolino fuori dall'aula anche il giornalista australiano John Pilger, auto­re del documentario Anno ze­ro , che denunciò le atrocità dei Khmer rossi in Cambogia. Poche ore prima dell'arresto era arrivata una lettera-appel­lo in difesa di Assange firmata da personaggi 'alternativi' co­me Noam Chomsky. Una pic­cola folla di sostentori inneg­giava alla libertà di stampa. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha commentato lapi­dario: «Era ora. Mi auguro che sia processato anche per altri reati come la rivelazione di se­greti riguardanti la sicurezza nazionale». Dall'Afghanistan, dove era in visita alle truppe americane, il segretario alla Di­fesa, Robert Gates, ha parlato di «buona notizia». Prima di finire in carcere, As­sange ha mandato un articolo a un quotidiano australiano giurando di aver agito «senza paura in nome dell'interesse pubblico». Poi ha citato uno dei suoi sospetti finanziatori, assieme al miliardario filantro­po della democrazia ad ogni costo, George Soros. «Nel 1958 un giovane Rupert Murdoch scrisse: nella gara tra la segre­tezza e la verità sembra inevita­bile che la verità vincerà sem­pre », ha ricordato l'australia­no. Assange ha rivelato di «non essere contro la guerra», quando è necessaria, ma di aver voluto raccontare la vera storia dei conflitti in Irak e Af­ghanistan. Il paladino della trasparenza estrema si batterà per non far­si estradare in Svezia temendo di venire consegnato, prima o dopo, agli americani. «Le azio­ni contro Julian Assange non avranno effetto sulle nostre operazioni. Pubblicheremo al­tri cablogrammi stasera come previsto» ha annunciato su Twitter il nocciolo duro di Wikileaks. Assange ha avuto tutto il tempo di coprirsi le spal­le. I suoi sostenitori sostengo­no che ha inviato «un docu­mento criptato a 100mila per­sone in giro per il mondo», con le informazioni più scottanti contenute nei rapporti della di­plomazia americana. La chia­ve per aprire il documento e rendere noti in rete i contenuti verrà inviata solo se Assange fosse ucciso, o forse estradato negli Usa. La minaccia della rappresaglia è reale. Fino ad oggi sono stati resi pubblici 1325 documenti, neppure l'1% del totale. Non a caso il sito ribelle è sotto assedio sul versante finanzia­rio. Per prima ha chiuso i bat­tenti delle donazioni in rete una banca svizzera dove As­sange aveva aperto un conto. La fondazione Wau Holland, di un famoso pirata informati­co, che avrebbe raccolto 750mila euro per Wikileaks, è sotto tiro del fisco tedesco. Le grandi carte di credito come Mastercard, Visa e il sistema di pagamento su internet, Paypal, hanno sospeso le ope­razioni a favore di Assange e so­ci.
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