Assange in carcere per stupro è il fallimento della giustizia

Un profilattico bucato, la gelosia di una femminista rancorosa, la rabbia di una ragazzina illusa. Sono gli unici cavilli di cui dispone la giustizia internazionale per sbattere in galera un uomo colpevole di aver messo a repentaglio la sicurezza planetaria. Diciamocelo: c’è ben poco di cui gioire. L’atto d’accusa recapitato da un giudice svedese e usato da Scotland Yard per infilare le manette a Julian Assange fa più acqua dei suoi preservativi, difficilmente basterà a garantirne l’estradizione e sicuramente regalerà argomenti a chi sostiene l’idea di un complotto internazionale. Le accuse di violenza sessuale usate per arrestare Assange sono dubbie e discusse e dimostrano l’inadeguatezza e l’impreparazione con cui grandi potenze, agenzie di sicurezza, diplomazia e giustizia internazionale affrontano i rischi determinati dalla pirateria elettronica e dall’uso di internet come strumento per la diffusione di segreti di Stato. Inadeguatezza ammessa dallo stesso Segretario alla Giustizia americano Eric Holder quando spiega che l’”Espionage Act” - la legge del 1917 che persegue la distribuzione d’informazioni connesse con la sicurezza nazionale . – non basta per farsi consegnare Assange.
«L’Espionage Act è uno strumento che può giocare un ruolo, ma ci sono altri statuti a nostra disposizione» dichiara Holden in una conferenza stampa. Sì, ma quali? Il titolare della Giustizia non lo chiarisce e nessuno negli Stati Uniti riesce fin qui ad immaginarseli. A tutt’oggi la legge del 1917 è stata l’unica arma per perseguire, e sempre senza troppo successo, gli autori di rivelazioni riservate. Per non parlare della difficoltà d’incriminare Assange e contemporaneamente assolvere il New York Times, il colosso dell’informazione che ha contribuito alla diffusione dei dossier riservati. Se Holder brancola nel buio i giudici inglesi chiamati a decidere sull’estradizione in Svezia non hanno le idee più chiare. Le accuse con cui la magistratura svedese pretende di farsi consegnare il peccaminoso folletto di Wikileaks assomigliano più ad una lite tra cornute che non ad una causa di violenza sessuale.
Tutto incomincia lo scorso 11 agosto, quando Assange arriva a Stoccolma per partecipare agli d’incontri di un circolo di sinistra chiamato Movimento della Fratellanza. I suoi guai incominciano quando mette piede nell’appartamento di Sarah (nome convenzionale per un’identità protetta, ndr), l’organizzatrice del gruppo pronta anche ad ospitarlo. La bionda Sarah, una disinibita e avvenente trentenne, è una battagliera femminista famosa durante l’Università come la “responsabile dell’eguaglianza sessuale” del campus. Ma Assange non lo sa. Tra cene e incontri sfodera il suo fascino di bel tenebroso e si trasferisce dal divano al talamo della padrona di casa. Sarà la sfortuna, sarà la qualità scadente scelta da un Assange sempre assai parsimonioso, ma nella fatidica notte del 13 agosto il preservativo fa cilecca.
Lo “strappo” sulle prime non sembra irrimediabile. Sarah continua a spupazzarsi il bel Julian e a organizzargli feste ed incontri. Purtroppo per lei durante la conferenza del sabato mattina una ventenne chiamata convenzionalmente Jessica cattura l’attenzione dell’oratore. E non solo l’attenzione. Il lunedì sera Assange è già nella sua casetta di Enköping, un villaggetto a una settantina di chilometri da Stoccolma. Il diavolo è ancora una volta nei preservativi. A furia di nottate al povero Julian ne è rimasto solo uno. E il martedì mattina quando si risveglia ancora ad Enköping non gli resta che far senza. Neppure Jessica sembra formalizzarsi troppo. Gli prepara la colazione, gli allunga i soldi per il biglietto che Assange non possiede e resta in attesa di sue notizie.
L’attesa, oltre a rivelarsi inutile, viene peggiorata dalle conversazioni con Sarah in cui le due, conosciutesi attraverso l’imprevidente amico comune, scoprono i loro destini incrociati. Sarah - autrice di un decalogo femminista anti tradimenti pubblicato su internet - convince Jessica a seguire alla lettera il punto 7, ovvero i «passi per una vendetta legale». Catapultatesi prima in polizia e poi in tribunale, Sarah e la sua complice-rivale trovano un magistrato donna pronta a interpretare come violenza sessuale la rottura e l’omissione di preservativi. Una bizantino cavillo in salsa svedese diventato l’unico strumento nelle mani della giustizia internazionale per punire il più devastante furto di segreti di Sìtato della storia.