Assassinò un bambino Ma per la sinistra Brusca è già un oracolo

Giovanni Brusca, killer pentito condannato per un centinaio di omicidi, tira in ballo Mancino e Berlusconi. Il Cav: &quot;E' follia, all’epoca non ero in politica&quot;<br />

I dettagli sono essenziali: e quelli raccontati ieri a Firenze dal plu­riomicida pentito Giovanni Bru­sca, nel corso del processo per le stragi mafiose del 1993, valgono la pena di essere gustati con atten­zione. Il 26 settembre del ’93 Bru­sca legge sull’Espresso un artico­lo su Vittorio Mangano «in cui si diceva che era stato fattore di Berlu­sconi. Allora io e Bagarella - prose­gue il pentito - abbiamo convocato Mangano e lo abbiamo mandato a Milano con l’incarico di contattare Dell’Utri, attraverso un uomo delle pulizie di Canale 5, per dirgli che le bombe (a Firenze e a Roma, ndr ) le avevamo messe noi, e avremmo continuato a metterle se non cambiava qualcosa», per esempio nel regime carcerario dei mafiosi.

Ma vi sembra normale che Cosa nostra, una delle più potenti e pericolose organizzazioni criminali del mondo, debba leggere sull’ Espresso che un affiliato aveva lavorato per Berlusconi? Il quale peraltro, nel settembre del ’93, doveva ancora fondare Forza Italia e, se pure è possibile che già pensasse a scendere in campo, probabilmente non l’aveva detto neppure a Confalonieri. E vi sembra normale che per arrivare a Marcello Dell’Utri-l’uomo che nell’iconografia giustizialista assume sempre i contorni sinistri del Padrino la mafia debba ricorrere alla raccomandazione di un signore che fa le pulizie a Cologno Monzese?

Basterebbero questi particolari da commedia all’italiana a rendere ridicola l’intera deposizione di Brusca, che ieri, citando spesso conversazioni e riflessioni di Totò Riina, ha voluto ricostruire il triennio ’92-94 in modo, diciamo così, bipartisan: nel ’92 Cosa nostra «aveva rapporti con la sinistra, con politici locali, con Lima e a livello nazionale con Andreotti»; il destinatario del «papello», cioè della trattativa Stato-mafia avviata da Riina dopo l’omicidio di Falcone, era il ministro dell’Interno Mancino; poi, venuto meno quel contatto, Cosa nostra si era rivolta all’astro nascente berlusconiano. Berlusconi, precisa Brusca, non è dunque il mandante occulto delle stragi del ’93 (e chissà come ci sarà rimasto male Travaglio), perché viene contattato soltanto dopo, quando cioè si esaurisce il rapporto con Mancino.

Sia Berlusconi sia Mancino hanno seccamente smentito. «Siamo alla follia - dice il Cav - , mi accusano di cose inesistenti, all’epoca non ero nemmeno sceso in politica ». Ma il veleno, come sempre accade in questi casi, ha cominciato a scorrere veloce: non sarà più uno stragista, questo Berlusconi, ma probabilmente è un mafioso, e chissà che cosa avrà risposto agli emissari di Riina... Occasione troppo succulenta, a meno di un mese da elezioni amministrative che, tanto per cambiare,sono diventate l’ennesimo referendum sul premier. Ma occasione da scartare subito, per il bene di tutti.

Sbaglia dunque Walter Veltroni - per altro uno dei pochi leader del centrosinistra che non hanno mai frequentato il giustizialismo- a chiedere al presidente dell’Antimafia di convocare il presidente del Consiglio «per capire se Berlusconi è stato contattato attraverso persone, da chi è stato contattato, con quali richieste e in quali circostanze». Sbaglia perché la credibilità e l’attendibilità di un pentito si misurano sulla congruenza di fatti circostanziati, episodi specifici, prove verificabili: e qui non ci sono né fatti né circostanze, ma chiacchiere e opinioni. E una classe dirigente che abbia rispetto di sé non può neppure immaginare di prendere in considerazione le chiacchieree le opinioni di un signore che veniva chiamato «lo scannacristiani» e «il porco», che è stato condannato per un centinaio di omicidi, che ha strangolato e sciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, che ha attivato il radiocomando di Capaci.

Una classe dirigente che sappia farsi rispettare non affida la riscrittura della storia politica contemporanea (di cui, certo, fanno parte anche le stragi e le commistioni infami fra poteri criminali e poteri dello Stato, fra mafia e politica) né a un pentito né a un tribunale, per la buona ragione che la storia non si può ridurre a un teorema giudiziario. Forse qualche verifica preliminare poteva essere fatta, o forse i giudici non potevano non dare voce e visibilità al racconto di Brusca: di certo, però, i politici di maggioranza e di opposizione hanno il dovere civile di non tenerlo in nessun conto.