"Gli assassini dei miei genitori già premiati col carcere meno duro"

La denuncia di Daniele Pellicciardi, il figlio dei coniugi torturati e massacrati a Treviso da una banda dell'Est: "Depresso e senza lavoro"

«Come al solito si sono svegliati troppo tardi. C’è sempre bisogno che succeda qualcosa di terribile, prima che lo Stato si muova». La voce, al telefono, arriva da Oderzo. Da un angolo di quella provincia di Treviso che una volta si chiamava Marca Gioiosa e che oggi ha invece imparato a convivere con l’insicurezza; che ieri profumava soltanto di uve Prosecco, mentre ora conosce fin troppo bene l’odore della paura. Ed è una voce ferma, ma inequivocabilmente stanca, quella di Daniele Pellicciardi. Una voce che va a pescare le parole a una a una, giù giù, nel pozzo del dolore dove sono finite nella notte tra il 20 e il 21 agosto scorsi.
Mastica amaro, Pellicciardi, figlio di Guido e Lucia Comin, massacrati da due albanesi e un romeno nella villa di Gorgo al Monticano dove facevano i custodi. «Se proprio per ottenere qualche risultato qualcuno deve morire, che almeno non sia per nulla», arriva a dire proprio lui, che ha dovuto piangere sui suoi genitori straziati da una furia che ha tolto il fiato perfino ai medici legali. Furia che non è di questa terra e che sarebbe ingiusto - per le bestie - definire bestiale.
A farlo masticare più amaro è la notizia che proprio l’altroieri, per tutti e tre i carnefici, in carcere rispettivamente a Padova, Venezia e Treviso, è finito il regime duro, di isolamento. «Uno degli albanesi, per aver collaborato, aveva già goduto dell’alleggerimento, e ora è toccato anche gli altri due, aggiungendomi ulteriore rabbia - sbotta -. E allora avanti, che aspettiamo, perché non gli mandiamo in cella anche le donne, che si divertano un po’».
Per quei tre criminali, insomma, c’è stato qualcuno, nell’apparato dello Stato, che ha trovato il tempo per prendere decisioni, per riempire carte, per mettere nero su bianco, per porre qualche timbro. «A me, invece, dallo Stato non è arrivato nulla, nessun appello, neanche una lettera», dice Daniele, che però ringrazia la gente attorno a lui, quelli del paese e del circondario che gli sono stati vicini ieri e che continuano a stargli accanto oggi che la sua vita è cambiata in tutti i sensi. «Nulla è più come prima», sospira. Già, perché lui, sposato e papà di due figli di 10 e 9 anni, non solo si è dovuto licenziare dal lavoro di guardia giurata - «non ce la facevo proprio più a girare di notte, nel buio», ammette - ma è anche in cura con antidepressivi, seguito costantemente da uno psichiatra. «Ora mi fermo un po’, poi mi cercherò un altro lavoro, perché bisogna andare avanti», dice con quella fierezza pragmatica, senza retorica, tipica della gente figlia di questa che era terra di braccianti, domestiche e pellagra, ma che ha saputo diventare terra di imprenditori e di ricchezza.
Già, il Veneto, una delle regioni più afflitte dalla delinquenza d’importazione. «Quando c’erano le frontiere, qui queste cose non succedevano e noi oggi siamo i più colpiti perché il confine è a due passi», dice Daniele. L’unica soluzione, aggiunge, è il controllo continuo del territorio, come si fa già a Oderzo. «Bisogna censire la gente casa per casa, perché dobbiamo sapere chi abita nella villetta accanto o nell’appartamento di sopra. E lo Stato, oltre a mettere paletti, a controllare meglio le frontiere, pretenda dagli altri Paesi come la Romania, da dove arrivano questi disperati, di fare altrettanto. Non c’è alternativa, altrimenti sarà sempre così, con la paura che si respira nell’aria, con la paura che non si può nascondere. Fino a ieri, tra i politici, c’era chi diceva che eravamo noi veneti a esagerare, a piangerci addosso. Adesso che è toccato anche a Roma, si rendono conto di quello che hanno fatto. O meglio, che non hanno fatto».