Un «Assassinio» che fa rimpiangere il mito Gavazzeni

Sono contento che il pubblico della Scala abbia fatto tanta festa all’Assassinio nella cattedrale di Pizzetti. Opera intensa, che condensa lo stupendo dramma di Eliot, con la storia di Thomas Becket, il grande personaggio del dodicesimo secolo che percorse tutte le tappe della vita brillante e del potere ma che, divenuto Arcivescovo di Canterbury, non si piegò alle pretese del Re e fu ucciso nella sua cattedrale. Prima del martirio, per lui antiche tentazioni di tornare indietro e quella nuova dell’orgoglio di sentirsi santo; per il popolo il terrore di testimoniare un’ingiustizia che va oltre le categorie umane: come dicono le donne in una frase amara, il genere umano non può sopportare troppa realtà. Pizzetti piega la parola alla moderna declamazione e insieme alla memoria antica del sacro, e con la densa orchestra scava nel mistero e tende appassionate dolcezze e ribellioni.
Ancora di più sarebbe piaciuta, l’opera, se fosse stata eseguita con maggiore pertinenza e maggiore qualità. Donato Renzetti ne ha valorizzato l’orchestra con preziosismi e scioltezza, ma ammassando tutto, come quando un attore ha paura che le battute siano difficili e al posto di spaziarle le dice veloci e appiccicate. Yannis Kokkos ha dato immagini pregiatissime, da quel grande scenografo che è, fra muri mobili e trasparenze di vetrate, ma, da quel regista che non è, ha tenuto tutti o immobili o in passeggio. Il protagonista, Ferruccio Furlanetto, si è fatto amare per la sua sincera passione, ma non si è liberato di una bonomia piagnucolosa che con l’autorevolezza scarna, tragica dell’Arcivescovo ha scarsa parentela. La compagnia di canto, era patatosa in maggioranza nelle voci degli uomini ed enfatica in quelle delle donne, a cominciare dall’acidula Prima Corifea Raffaella Angeletti. Persino nel coro, mancava la voglia di godere e far godere le immagini, e l’onda eloquente e nobile della partitura. Pagine come il desolato coro delle donne «Signore, noi non siam state felici» sembravano sbrigative e minacciose.
La serata era dedicata alla memoria di Gianandrea Gavazzeni, che diresse la prima di quest’opera nel 1958 e che era nato cent'anni fa. Maestro geniale a cui, tanti anni dopo la morte, ancora sentiamo il bisogno di telefonare per parlare della musica e della vita.