Asse tra il Cav e Bossi:firmano un nuovo patto

Intesa sulle mosse da compiere in Aula per preservare l’asse Pdl-Lega a livello locale e in vista delle amministrative. Il Senatùr chiede garanzie sul federalismo

Roma - L’asse Lega-Pdl ha una strana forma da una settimana in qua. Alleati di governo in tre regioni e in miriadi di giunte provinciali e comunali, in Parlamento sono uno contro l’altro, come opposizione e maggioranza. Berlusconi e Bossi però stanno lavorando affinché l’alleanza abbia seguito, e non a caso i famosi lunedì di Arcore sono stati già confermati (facendo un po’ storcere il naso ai maroniani...). Ma il cambio improvviso degli assetti politici lascia aperte molte incognite, specie per Bossi, che è convinto dell’opposizione ma teme l’isolamento (mentre Berlusconi dice che manterrà «il rapporto stretto che c’è sempre stato con Bossi, alleato solido e leale»). Di qui l’urgenza di un patto con Berlusconi, che a grandi linee si è raggiunto. In un faccia a faccia (chiesto dal Senatùr) in una sala del gruppo leghista a Montecitorio, prima della fiducia, il segretario federale ha esposto tutti i suoi dubbi al leader del Pdl, chiedendo una serie di garanzie per poter mantenere l’asse tra i due partiti.
Bossi (presente anche Maroni) ha subito fatto presente il principale motivo di perplessità leghista: la decisione del Pdl di appoggiare un esecutivo che come primo atto cancella il ministero delle «Riforme per il Federalismo» (quello appunto di Bossi). Un macigno sull’alleanza, difficile da rimuovere. A meno che Berlusconi non si impegni in una «moral suasion» su Monti (e i numeri del Pdl in Parlamento gli danno forza) che, nelle richieste di Bossi, deve toccare principalmente due punti. Primo, le pensioni. Bossi ha chiesto all’ex premier di fare in modo che la riforma dell’età pensionabile non sia da «macelleria sociale», che sia più morbida possibile, graduale. Secondo punto, non lasciare la Lega da sola nella richiesta di approvare gli ultimi due decreti sul federalismo fiscale.
La ragione del patto, da parte di Bossi, è presto detto. Se Berlusconi facesse da maggioranza ad un governo che seppellisce il federalismo e che approva una riforma pensionistica insostenibile per la Lega, stare insieme al Pdl a livello locale diventerebbe dura, anzi impossibile. Bossi non potrebbe più far digerire alla pancia leghista una convivenza che già non esalta. Ma questo è proprio quel che il capo vuole evitare.
Anche perché stiamo per entrare in campagna elettorale in 952 comuni, 27 capoluogo di cui 10 al Nord (Verona, Genova, Parma, Alessandria, Como etc...), dove si voterà in primavera. Con quale coalizione di centrodestra? Se si eccettua Verona, dove è quasi certo che Tosi correrà con una sua lista civica già data per vincente, altrove Pdl e Lega da soli rischiano. Secondo una simulazione del Sole24Ore sulla base dei voti presi alle regionali 2010, se Pdl e Lega divorziassero «è assai probabile che non vincerebbero in nessuno dei sette comuni capoluogo in cui governano ora, e degli altri 31 comuni sopra i 15mila abitanti ne riconquisterebbero solo 13». Proiezioni artificiali, che però Bossi fa ad intuito e sembrano dire cose simili. Quindi la convivenza conviene ancora, anche se non è semplice. E ogni giorno appare più difficile, con le prime mosse e dichiarazioni del governo Monti (appoggiato dal Cavaliere): dal secondo decreto su Roma Capitale (titolo della Padania: «Alemanno & C. raggianti, in arrivo una colata di poteri e risorse da spendere e spandere») alle parole del neo ministro dell’Agricoltura («Gli allevatori paghino le multe sulle quote latte»). Tutti pugni nello stomaco per il Carroccio. Che farà il Pdl? Un conto è l’asse con Berlusconi, un altro quello col partito, meno forte, anche nelle regioni. Dalla Lombardia, dove tra Lega e Formigoni sono scintille continue, agli strali del Pdl laziale (Alemanno e Polverini) che stanno brindando allo smarcamento dai leghisti.
Dall’altra, c’è pure una parte della Lega che tifa per lo smarcamento dal Pdl. Non quella di Bossi, ma l’area di Maroni. Si guarda al modello veneto, dove il Carroccio è il primo partito. Non è un mistero che i leghisti vorrebbero arrivare allo stesso risultato in Lombardia (e governarla, secondo un vecchio accordo di successione con il Pdl) e in Piemonte, il cui presidente leghista Cota ha chiuso ieri un congresso provinciale con queste parole: «Il mio sogno è che la Lega diventi il primo partito politico del Piemonte». Tutto dipenderà dallo «spread» col Pdl, cioè dall’effetto che l’appoggio berlusconiano al governo tecnico potrà avere sul suo elettorato, visto che la Lega pesca voti soprattutto da quel bacino. Incognite su incognite. Sperando (almeno Bossi e Berlusconi) che il patto funzioni e non servano fughe solitarie.