Assedio di Berlino, il perché dell’apocalisse

Bollettini, diari, testimonianze e lettere: Max Hastings, storico e giornalista, ha ricostruito gli ultimi tragici mesi del Terzo Reich

Nel settembre 1944, dopo lo sbarco in Normandia, pareva non solo che alla Germania fosse stata inflitta una sconfitta decisiva, ma che il conflitto non sarebbe durato a lungo. In Francia, gli Alleati penetravano come il coltello nel burro. Ad est, le truppe sovietiche guidate da Georgij Zukov avevano ormai recuperato tutto il territorio russo. Regnava insomma l’ottimismo, tanto che la Commissione di controllo alleata per la Germania fu «invitata a tenersi pronta a operare a Berlino dal primo novembre». Insomma, per dirla con Theodor Wempe, membro della resistenza olandese, «la notizia dello sfondamento alleato ci fece impazzire di felicità. I tedeschi sembravano completamente terrorizzati. Ci aspettavamo che la guerra finisse da un giorno all'altro». Come noto, non andò affatto così. Apocalisse tedesca di Max Hastings (Mondadori, pagg. 742, euro 26) ci spiega perché sarebbero occorsi ancora lunghi mesi di guerra e centinaia di migliaia di morti per piegare i residui del Terzo Reich di Adolf Hitler.
Sul fronte occidentale, gli anglostatunitensi cincischiarono parecchio. Poca voglia da parte delle truppe di lasciarci le penne vista l’ormai scontata vittoria, assenza, salvo eccezioni, di un autentico «odio», scarsa capacità da parte degli alti comandi, per di più divisi tra l’alterigia britannica di un Montgomery e l’ansia da parvenue dei generali a stelle e strisce, privi, tutti, di autentica genialità ed energia, ad eccezione dello spacconissimo Patton.
Da parte loro, gli alti papaveri della Wehrmacht reagirono col consueto, sperimentato professionismo, usando ogni istante di pausa e ogni errore degli anglosassoni per rinserrare le fila e provare qualche tostissimo colpo di coda. Sul fronte orientale, invece, si svolse una lotta senza quartiere e senza prigionieri animata da una sorta di odio ancestrale: «Hitler voleva inghirlandare la propria morte nel sacrificio di centinaia di migliaia di combattenti. Zukov lo esaudì, trasformando l’assedio di Berlino in uno scontro tra animali preistorici». Basta del resto dare un’occhiata al computo delle perdite. Tra il D-day e la fine del conflitto, tra caduti, feriti e prigionieri, le forze di Eisenhower persero 700mila uomini; nel medesimo arco di tempo le perdite russe superarono di molto i due milioni. Tra il giugno del 1941 e il dicembre 1944, perirono sul fronte orientale 2.400.000 soldati tedeschi, di contro ai 202mila caduti combattendo americani e britannici in Nord Africa, Italia ed Europa nordoccidentale messe insieme. Il volume di Hastings ci parla anche di altro. Del destino della Polonia, condannata a passare «dalle mani sanguinarie di un tiranno in quelle di un altro, con il benestare delle democrazie» nonostante le romantiche proteste di Winston Churchill, e la tragedia dell’Arma Krajowa, l’esercito partigiano spazzato via dalle truppe sovietiche dopo aver lottato per la libertà del proprio Paese. Dell’ecatombe dei 2.400.000 prussiani orientali costretti dal Gauleiter Erich Koch a rimanere sul suolo patrio, salvo dover sloggiare (i pochi che ci riuscirono) all’incalzare dei russi, cui era stata data un’assoluta libertà di stupro e saccheggio.
Come testimoniò il fantone Karl Potrek, a Nemmersdorf, riconquistata da un improvviso contrattacco, le truppe tedesche si trovarono di fronte a uno spettacolo infernale: tanto per dare un’idea della devastazione, «nel cortile di una casa c’era un carro a cui diverse donne nude erano state inchiodate per le mani in una posizione cruciforme».
Per non parlare della tragedia dell’Olanda, ridotta alla fame. Della mattanza nella foresta di Huertgen o del disastroso aviosbarco alleato ad Arnhem. Fatti noti e meno noti entrano nella grande narrazione di Hastings, appassionante come un romanzo d’azione, ma, soprattutto, «montata» con una tecnica già sperimentata nel precedente Overlord, dedicato allo sbarco in Normandia.
Il racconto degli eventi bellici, i bollettini degli alti comandi sono alternati dagli scritti (diari, lettere, cartoline) e dai ricordi di centinaia di testimoni oculari, alcuni destinati poi a grande fama, come il futuro cancelliere Helmut Schmidt, altri tornati nel tran tran quotidiano, altri periti al fronte magari pochi minuti dopo aver scritto le righe riportate dall'autore, grande storico ma pur sempre grande giornalista.
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