Associazione a delinquere per Consorte e Gnutti

Nel mirino consulenze e speculazioni in Borsa. I magistrati sospettano che decine di milioni di fondi neri siano transitati a Montecarlo

Stefano Zurlo

da Milano

Associazione a delinquere. È un reato pesantissimo a legare i destini di due dei grandi indagati dell’inchiesta Antonveneta: Giovanni Consorte, presidente uscente di Unipol, e il finanziere bresciano Chicco Gnutti. A Consorte l’accusa era stata formulata il 27 dicembre nel corso dell’interrogatorio davanti ai pm di Milano, ma la notizia non era trapelata. Ironia della sorte, il «siluro» diventa di pubblico dominio nelle stesse ore in cui si scopre che la stessa mossa è stata fatta pure nei confronti di Gnutti. E l’Ansa annuncia che contro il manager rosso si procede non solo per aggiotaggio e appropriazione indebita, l’illecito alla base della nuova contestazione, ma anche per riciclaggio.
Difficile saperne di più, ma è facile mettere in relazione il nuovo scenario con le ultime scoperte dei pm. I magistrati avevano individuato un enorme flusso finanziario, stimato in oltre 40 milioni di euro, sull’asse Gnutti-Consorte. Come mai tanta munificenza? Consorte, e pure Gnutti, a sua volta sentito alla vigilia di Natale, avevano dato una risposta identica, tutta da verificare e racchiusa in una parola: consulenze.
Sì, Gnutti avrebbe pagato profumatamente il finanziere rosso e il suo vice Ivano Sacchetti non per qualche attività svolta da Unipol, ma come privati. La coppia Consorte-Sacchetti insomma sarebbe stata ricompensata per aver aiutato le strategie del signore di Hopa. E i due leader di Unipol avrebbero incassato i 40 e passa milioni non con regolari fatture ma con plusvalenze create attraverso operazioni borsistiche a colpo sicuro. In pratica, Consorte e Sacchetti investivano, spesso tramite intermediari del gruppo di Gianpiero Fiorani, sui prodotti derivati considerati appetibili dal punto di vista del margine di incremento prevedibile, poi li rivendevano a caro prezzo a Gnutti. Che, generosissimo, li ricopriva d’oro.
Un meccanismo davvero bizzarro quello escogitato dal terzetto. «L’ingegner Consorte - avevano affermato alla fine dell’interrogatorio gli avvocati Filippo Sgubbi e Giovanni Maria Dedola - ha chiarito, completamente, in modo che riteniamo preciso, l’origine pienamente lecita di quei fondi». In Procura però l’aria che si respirava, nonostante il clima natalizio, era tutt’altro che rassicurante. E anche la deposizione di Gnutti, assistito addirittura da un medico per gli strascichi di un ricovero ospedaliero, era parsa solo l’antipasto di un ricco menu. In cui compaiono anche le plusvalenze anomale girate a Consorte e Sacchetti da Gnutti al momento della loro uscita da Telecom fra il 2000 e il 2001.
Per qualche giorno, la tregua di capodanno ha diradato le nuvole dalle teste degli indagati, ma l’assedio in realtà non è mai stato tolto. La sera del 23 dicembre i Pm hanno pescato un’altra carta che li ha portati dalle parti di Consorte, questa volta con un indirizzo preciso: a Montecarlo, filiale dell’Unione delle Banche Svizzere. Qui, su un conto cifrato, sono atterrati 2,4 milioni di euro provenienti questa volta da una speculazione sui titoli Unipol effettuata dall’ex direttore finanziario della Bpi Gianfranco Boni e da un suo amico e cliente privilegiato dell’istituto di credito, Bruno Bertagnoli. Bertagnoli finisce sui giornali perché, curiosamente, reclama davanti ai Pm la proprietà di un quadro del Canaletto attribuito in prima battuta dagli investigatori al solito Fiorani. Ma dà in realtà alcune indicazioni per esplorare la pista rossa. Il giorno dopo parte col consenso dei Pm per le Maldive, ma ora, al rientro, dovrebbe consegnare una memoria con i riferimenti per risalire a quel conto cifrato e a quel bonifico.
Altri accertamenti - di cui parla l’Espresso oggi in edicola - portano sempre a Montecarlo e sempre al duo Consorte Sacchetti. Insomma, sarebbe nel principato il crocevia dei fondi neri di Consorte. I Pm avrebbero individuato una serie di conti su cui sono transitati decine di milioni di euro, frutto degli affari privati della coppia di vertice dell’Unipol. Le somme di denaro, una volta incassate, sono state suddivise in tranche più piccole e depositate in diverse banche a Montecarlo. Solo nella filiale monegasca dell’Ubs sarebbero stati accreditati 5 milioni di euro. E quei soldi poi sarebbero ripartiti alla volta dell’Italia. In quale direzione? A gestire quell’operazione fu il banchiere Paolo Di Nola, attualmente alla Compagnie Monegasque de Banque: Di Nola venne intercettato più di una volta la scorsa estate al telefono proprio con Boni, pure in carcere dal 13 dicembre con l’accusa di associazione a delinquere. Nei prossimi giorni i Pm dovrebbero contestare, nel corso di un interrogatorio, l’associazione a delinquere anche a Sacchetti.
Poi il Pool andrà nel principato per incontrare i colleghi monegaschi. L’indagine potrebbe essere vicina a una svolta.