Assolta la prima soldatessa processata per nonnismo

Il tribunale non ha creduto ai racconti della vittima e dei testimoni

Maria Vittoria Cascino

da La Spezia

Roberta Savoia, caporale dei paracadutisti, non è un «nonno cattivo». Il tribunale militare della Spezia ha emesso, dopo cinque ore di camera di consiglio, la sentenza. Assolta. La ragazza è innocente. Eccola. Una ragazzetta minuta che si rosicchia le unghie mentre aspetta d'entrare in aula. La giacchina nera chiusa sulla sciarpa rosa e la frangetta nera scolpita su un volto stirato dalla tensione. È lei. Roberta Savoia, la caporalessa del 186° reggimento paracadutisti Folgore di Siena, accusata d'avere preso a calci la recluta Nicola F. che stava facendo flessioni, quello che in gergo di caserma si dice «pompare». È lei che il collegio del Tribunale Militare della Spezia (presidente Marco Bacci, giudice a latere Ponticelli, militare capitano di fregata Massimo Tomei) ha assolto. Motivazione: il fatto non sussiste. Per i giudici le accuse di violenza e di ingiuria. Un caso che aveva già fatto molto clamore sui giornali, perché era una donna accusata di violenze a un inferiore. Vicino a lei c’è anche Francesco Valentini, il caporalmaggiore che secondo i testimoni avrebbe ordinato a Nicola di «pompare». Anche lui assolto. Anche lui innocente. Non ha commesso il fatto.
L'udienza, la terza, inizia intorno alle tredici. C'è il terzo testimone oculare da sentire, Antonio Zappulla, allora alla Folgore, adesso carabiniere in servizio a Torino. Secondo il suo racconto erano tutti nella stessa stanza, lui, Valentini, Nicola, e poi Roberta Savoia. Racconta di Nicola, che chiede ripetutamente di usare il telefono per servizio. Racconta di Valentini che, seccato, gli ordina di «pompare». Racconta di Roberta Savoia che dopo poco entra e, sollecitata da Valentini («dagli due calci, così impara la prossima volta a chiedere il telefono», riferisce il teste), lo colpisce al torace. Racconta di Nicola dolorante che si allontana.
Guardi lei così minuta e pensi ai giovanotti della gloriosa Folgore. Torni alla requisitoria del pm Davide Ercolani. Che la ripercorre tutta questa storia che doveva essere il primo caso di nonnismo al femminile. Della recluta che finisce all'ospedale civile della Spezia. Del referto che parla di «trauma contusivo regione dorsale sinistra» con cinque giorni di prognosi. Di Nicola che denuncia il fatto solo dopo qualche giorno e non chiede risarcimento, ma vuole sia fatta giustizia. «Eppure i due imputati negano tutto - insiste concitato il pm che sterza sull'orgoglio del Corpo -. Vengono fuori umiliazione, omertà e prevaricazione che non rispondono allo spirito di solidarietà e servizio della Folgore». Parole durissime, ma che non hanno convinto i giudici. Funziona, invece, l'arringa dell'avvocato di lei, Antonio Savoia: «Difendetela - è il suo appello -. È partita dal Sud per servire la patria e adesso rischia di perdere il lavoro». Chiede l'assoluzione per Roberta Savoia perché il «processo è stato creato dalla presunta vittima con la complicità dei media e di alcuni ufficiali della Folgore». Calca la mano sulle contraddizioni dei testi e insiste sul fatto che la recluta si sia fatta male in palestra. L'avvocato Tartaglia, difensore di Valentini, spiega che «pompare non è un'offesa e quest'ordine non è lesivo dell'onore d'un paracadutista». Ma a convincere i giudici è altro. Qualcosa nelle testimonianze non torna. Roberta non è un «nonno cattivo».