Assolto l’ultrà che colpì Dida col petardo

Stefano Zurlo

da Milano

Aveva ragione lui: non aveva lanciato bottiglie e tanto meno bengala dalle parti di Dida. Non era Matteo Saronni l’ultrà nerazzurro immortalato in alcuni fotogrammi, in verità quasi illeggibili, sugli spalti del Meazza la sera del 12 aprile 2005. Fu vergogna e vergogna in mondovisione: il derby di Champions si trasformò in battaglia, con i tifosi interisti fuori controllo. Nei giorni successivi gli agenti esaminarono i filmati girati dalle telecamere del Meazza e risalirono a lui: il falegname di Branzi (Bergamo) fu arrestato, rimase in cella tre giorni e per più di un mese fu sottoposto all’obbligo di residenza nel suo comune. Soprattutto, i giornali lo crocifissero in tempo reale con titoli di questo tenore: “L’ultra del motorino ancora nei guai”.
Sì, perché a soli 26 anni Saronni vantava già un curriculum di tutto rispetto; il 6 maggio 2001 aveva contribuito a scrivere la pagina forse più nera nella storia del Meazza: il celeberrimo lancio del motorino dal secondo anello. Quel motorino era atterrato dalle sue parti e lui l’aveva prontamente preso a calci rimediando una condanna, con la condizionale, a un anno e 2 mesi. E ancora il 2 marzo 2003, questa volta al Delle Alpi di Torino, aveva scagliato una «torcia» contro un settore presidiato dalla tifoseria juventina, rimediando altri 5 mesi. Infine, nella sua personalissima bacheca spiccava un altro episodio non proprio edificante, pagato con una diffida di 6 mesi: l’aver ricoperto di insulti alcuni poliziotti scambiati, poco opportunamente, per tifosi giallorossi.
Sembrava che Saronni fosse destinato a pagare tutto il conto con gli interessi in una volta sola. E ad atterrare a sua volta in cella. Ma aveva ragione lui. «Io ero uscito alla fine del primo tempo - aveva detto al Giornale - quando sono scoppiati i disordini io ero fuori. Tre amici possono testimoniarlo». I tre avevano testimoniato. Invano. Non gli avevano creduto. Lui aveva resistito nella sua trincea: «No che non sono io. Questa volta non c’entro». In aula il suo avvocato, Ermanno Gorpia, ha scelto una linea d’attacco; ha fatto proiettare le foto, sgranatissime, del sospetto e poi ha chiesto al giudice: «Lei riconosce in queste immagini sbiadite Saronni?».
Difficile dargli torto, anche se il Pm ha chiesto la condanna a 9 mesi. Il tribunale ha assolto Saronni per non aver commesso il fatto. E il padre, artigiano come il figlio, si è tolto un peso dallo stomaco. «Sembra Fantozzi, prendono sempre lui perché è il più ingenuo», aveva detto sconfortato al Giornale. Le altre volte, però, l’avevano pescato con le mani nel sacco. Ora Matteo potrà tornare al suo lavoro di falegname. E, si spera con giudizio, alla sua Inter.