Assoluzione continua

Il «9520» non è un convoglio che raccordi Gioia del Colle con le Alpi Cozie, né il numero di una centrale telefonica che colleghi gli spaventati e i delusi a una fonte di speranza e di consolazione. È il numero di un fascicolo della Procura di Milano, nel quale sono stati raccolti, con criteri discussi e discutibili, molti elementi usati a spizzico, senza rispetto delle regole fissate dal Codice di procedura penale, contro Cesare Previti e i suoi presunti complici, prove virtuali soltanto per i rappresentanti della pubblica accusa, tarocchi di una partita oscura giocata sapendo già chi avrebbe vinto e chi avrebbe perso.
Ebbene, sulle carte di questo fascicolo nessuno ha potuto mettere gli occhi, perché i loro padroni - «domini», per usare il linguaggio dei vecchi giureconsulti che ci hanno accompagnati sui sentieri del diritto e della consapevolezza dell’ingiustizia possibile – cioè due pubblici ministeri del rinomato pool di Milano, ovvero Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, non hanno mai voluto mostrarli a nessuno. Non li hanno mostrati all’imputato Cesare Previti e questo non rientra proprio nelle regole di un sistema penale democratico, basato sul principio accusatorio e quindi sulla possibilità che ogni imputato contesti le tesi e i dati di chi l’accusa. Non esistono più, per fortuna, né i procedimenti segreti né le prove segrete, tranne per quegli imputati che, come Previti, sono cattivi per definizione.
La verità è che i pm Boccassini e Colombo sono estremamente abbottonati e riservati. Concedono e hanno concesso qualche intervista, hanno recitato la loro parte di protagonisti, è vero, ma sul «9520», fascicolo espresso con binario preferenziale, hanno mantenuto un silenzio totale. E forse illegale, perché si sono rifiutati di mostrarlo, e di parlarne, anche con gli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia. La molla dell’ispezione è legittima e comprensibile. L’imputato chiede di vedere le carte accusatorie per poterle contestare. Come s’usa nelle democrazie e negli Stati di diritto, ma i domini si arroccano. L’imputato protesta, il Guardasigilli vuole vederci chiaro, ma anche lui – povero ministro – deve subire la prevalenza dell’ordine giudiziario. La primazia dei magistrati non è scritta da nessuna parte, ma si è imposta con la storia recente, è figlia e madre di Tangentopoli. Il «9520» è un convoglio che viaggia nella notte delle nostre inadeguatezze, è il fascicolo che raccoglie le nostre paure e le nostre debolezze.
Il contesto storico è questo, ma va detto che nel nostro Paese, i riflessi dell’antico Stato di diritto, nonostante Tangentopoli, permangono e operano. E allora il caso del «9520», fascicolo misterioso come un treno fantasma, è finito davanti al Csm, il Consiglio superiore della magistratura. Questo consesso dovrebbe punire e allontanare i magistrati che non rispettano i diritti dei cittadini indagati e imputati. Dovrebbe censurare le toghe che usano in maniera antidemocratica il loro smisurato potere, dovrebbe colpire in maniera esemplare i giudici faziosi o incapaci, dovrebbe allontanare i faziosi. Il Csm dovrebbe garantire l’autogoverno della magistratura, la capacità di autoemendarsi, proprio perché nessun altro potere abbia la pretesa di intervenire.
Ma il Csm da tempo non assolve alla sua funzione di giustizia interna e di equilibrio fra i poteri dello Stato. Si è trasformato da organo di autogoverno in sindacato corporativo: assolve le toghe sempre e comunque. Per Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, il procuratore della Cassazione, che è un magistrato e non uno sgherro del potere esecutivo, aveva chiesto la censura, un’esplicita espressione di condanna. Ma il Csm è un sindacato – e un politburo – che non dimentica i suoi iscritti e i suoi propagandisti. Ha assolto sia la Boccassini che Colombo. E il «9520» resta un treno misterioso che viaggia nella notte della nostra democrazia. Col disco verde del Csm che non ci rassicura, anzi ci atterrisce.