Assunzioni pubbliche per gli amici, il Pd scopre "l'altra corruzione"

Nelle Regioni contratti senza concorso a parenti e conoscenti dei
politici La sinistra: freniamo le clientele o sarà la prossima bufera
giudiziaria

L’amica d’infanzia della moglie dell’assessore che vince la consulenza milionaria. Il giovane portavoce del politico che entra a tempo determinato in attesa che un concorso fatto su misura per lui renda perenne il contratto. Il coordinatore del partito che è anche alto dirigente della Regione, in barba alla legge ma senza che alcuno fiati, perché i suoi voti sono stati determinanti all’elezione del governatore. Signore e signori, ecco a voi l’altra corruzione. Quella giuridicamente ineccepibile e moralmente sconcia degli amici degli amici che sorpassano chi amici non ne ha.
Vox populi vox dei, l’italica abitudine alla raccomandazione è nota. C’è di nuovo che la raccomandazione s’è fatta sistema nel pubblico, e proprio là dove si snoda il vero gioco di potere della politica, le Regioni, terminali sempre più importanti delle risorse dello Stato. Gli osservatori più attenti dicono che potrebbe persino profilarsi un nuovo terremoto giudiziario, organico e non più spezzettato in tanti rivoli quante sono le Regioni. «Se non interrompiamo questo meccanismo la prossima bufera giudiziaria si abbatterà sull’infinito ingresso di “parenti di” e “amici di” nelle amministrazioni locali e regionali» avverte Francesco Boccia, deputato del Pd.
Che l’allarme provenga da una parte del partito democratico non è un caso. Dice Giorgio Stracquadanio del Pdl che il fenomeno, «una forma di finanziamento illecito ai partiti», è diffuso in tutte le Regioni, «onestà intellettuale impone di chiederci come mai in Lombardia nei ruoli chiave ci siano molti di provenienza Cl, in un rapporto non di uno a dieci, ma magari di sei a dieci». E però, segnala il centrodestra e confessa il centrosinistra, è il fu Pci oggi Pd ad aver occupato tutti i gangli della vita pubblica, dagli enti locali alla magistratura passando per l’Università.
Non a caso, la crociata contro «l’altra corruzione» è partita dalla Puglia, Regione simbolo dacché Nichi Vendola la governa. Lì, l’Idv ha avuto la bella pensata di candidare il pm Nicastro a casa sua, e cioè nella stessa terra sulla quale fino al giorno prima indagava, provocando la levata di scudi di una parte del Pd. E lì, il segretario nazionale del Psdi nonché ex responsabile del settore legislativo della Regione Mimmo Magistro ha prodotto un dossier sulle assunzioni che definire imbarazzante è un eufemismo, accusando esplicitamente Vendola di aver creato un sistema di «clientele». Cinque deputati del Pd, fra cui Enrico Letta e la capogruppo in commissione Giustizia Donatella Ferranti, il mea culpa l’hanno messo nero su bianco, con una proposta di legge che mira a vietare la candidatura di magistrati a casa loro se non hanno lasciato il loro collegio da almeno tre anni. E definisce «corruzione al pari delle tangenti» aggirare un concorso pubblico per entrare negli enti locali.
Il meccanismo pugliese è emblematico. Gran parte del «popolo di Nichi» infatti siede a vario titolo in Regione. Gli elenchi sono pubblici, basta scaricarli dal sito Internet: fra l’aprile 2008 e il dicembre 2009, la Regione ha affidato qualcosa come 527 incarichi fra consulenze e Co.Co.Co, con una spesa di 38 milioni di euro, e assunto a tempo determinato 188 persone. Più un esercito di dirigenti assunti con contratto di tipo privatistico, collaboratori e consulenti di aziende sanitarie, del turismo, dell’ambiente e chi più ne ha più ne conti, solo i legali sono più di 200. Un migliaio di persone scelte per via discrezionale, entrate nell’amministrazione pubblica senza concorso oppure con concorsi ritagliati su misura per loro, gli ex stagisti reduci da fortunose chiamate dirette. Tutto giuridicamente ineccepibile: peccato solo per quei 180mila aspiranti assunti che però non conoscevano nessuno e nell’ultimo concorso per 80 posti son rimasti fuori, e per quel più 52 per cento di spese di consulenze nel solo 2008 rispetto all’anno precedente, fanno qualcosa come 58 milioni di euro.
A guardarli con la lente d’ingrandimento, si scopre che in ruoli chiave sono stati piazzati due esponenti di spicco del Pd. L’ex dc Gaetano Piepoli, «grande elettore» di Vendola alle primarie a dispetto del partito che candidava Boccia, fra l’aprile 2009 e il giugno 2010 ha portato a casa due contratti Co.Co.Co da 40mila euro ciascuno. Pasquale Chieco dirige il servizio Risorse umane della Regione (ottenuto per nomina diretta, senza concorso) nonostante sia coordinatore regionale del Pd, in barba alle leggi Bassanini che sanciscono il principio della distinzione delle competenze fra vertici politici e dirigenti.
«E così, con un do ut des che di ideologico ha davvero poco, si spiegano le “correnti” interne ai partiti» segnala Stracquadanio. Che poi avverte come la stortura vada ben al di là del fatto politico. «È finanziamento illecito ai partiti. Il fatto che in Italia, al contrario che negli Usa, lo spoil system funzioni in entrata ma non in uscita, consente ai partiti di garantire un vitalizio, con soldi pubblici, ai propri esponenti trombati alle elezioni». Con l’aggravante delle leggi Bassanini, «che conferiscono maggior potere decisionale ai funzionari che agli assessori, spesso annullando la possibilità di governare qualora il funzionario sia di un colore politico diverso, un problema che denunciamo da anni. Tanto più che nei concorsi il solo fatto di esser stato consigliere regionale è un requisito che fa la differenza nell’accesso alla carriera burocratica». Che si fa? Il Pdl invoca Brunetta. «Il sistema va rovesciato. Le nuove norme sulla trasparenza amministrativa devono imporre uno spoil system sistematico e trasparente: chi entra per nomina politica deve uscire quando cambiano le giunte. Il voto di scambio riguarda tutta la Penisola, questo è il solo modo per evitarlo».