Astenersi è proibito solo quando non fa il gioco della sinistra

Fassino denuncia una «mistificazione» ma nel 2003 disertò le urne sull’articolo 18. E D’Alema che parla di «trucco» nel ’97 disse: «C’è libertà di scelta»

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

«Chi di astensionismo ferisce, di astensionismo perisce», profetizzò qualche anno fa Arturo Parisi.
Appunto. Proprio il paladino del fronte referendario, Marco Pannella, può vantare il diritto di primogenitura sull’espediente. Era il 1985, Pci e Cgil raccolsero le firme contro il decreto del governo Craxi che tagliava la scala mobile. Pannella scrisse un articolo sul Giornale e propose, contro «un referendum ricattatorio, donrodrighesco e sfascista, di invitare l’elettorato a disertare le urne. Basta non votare: il referendum cadrà automaticamente». Ma i partiti di governo non se la sentirono di rischiare. Fecero la campagna per il «no» e vinsero con il 54 per cento.
Ma Craxi apprezzò la trovata di Pannella e se ne ricordò sei anni dopo, pronunciando il mitico (e disatteso) invito ad «andare al mare» per boicottare il referendum sulla preferenza unica. Da allora, la scorciatoia dell’astensione ha fatto molti proseliti. Anche tra chi oggi la definisce «un trucco».
Nel 1997, di fronte a sette quesiti radicali, la mobilitazione per l’astensione fu lanciata da l’Unità, quotidiano del Pds diretto da Peppino Caldarola, oggi deputato, con un editoriale intitolato «Non andate a votare i referendum». Emma Bonino lo paragonò all’invito di Craxi, Alfonso Pecoraro Scanio «agli abusivi di Agrigento». Il partito continuò a tacere, Veltroni annunciò a titolo personale che avrebbe votato. Massimo D’Alema, che oggi definisce l’astensione «un trucco elettorale», e «una posizione sconcertante», allora spiegò al Maurizio Costanzo show: «Ho l’abitudine di andare a votare e non voglio perderla, ma non condivido l’indignazione contro chi non vuole andare a votare. C’è libertà di scelta». E il deputato Giuseppe Giulietti: «Sono legittime le posizioni di chi si batte per un’astensione dal voto». Marco Pannella affrontò in tv Caldarola: «Siete al potere e volete togliervi dai coglioni i referendum». Risposta: «Il voto è un diritto come la scelta dell’astensione». Dissentì Vannino Chiti, allora presidente della Regione Toscana e ora coordinatore della segreteria Ds: «La sinistra farebbe un gravissimo errore a boicottare il referendum». Dissentì Achille Occhetto: «È pericoloso cominciare a muoversi sul terreno dell’astensionismo».
Altri sette quesiti nel 2000: al fronte per il non voto, capeggiato da Silvio Berlusconi con lo slogan «Restare a casa per mandarli a casa» (sottinteso: la sinistra), si arruolarono anche lo Sdi e i Verdi. Oggi Enrico Boselli invita Francesco Rutelli a non fare campagna per l’astensione, allora intimava a D’Alema «di non impegnarsi per il referendum». L’ex portavoce dei Verdi Carlo Ripa di Meana promosse per la domenica del voto «una liberatoria scampagnata ecologista in bicicletta a ripulire prati e boschi».
Anno 2003: referendum promosso da Rifondazione per estendere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle piccole imprese. Il segretario Ds Piero Fassino coniò la formula dell’«astensione attiva». Oggi la considera «un trucco» e «una mistificazione», allora spiegava: «Il modo migliore di affrontare il referendum è ridurre il danno che può comportare, e la strategia per farlo passa attraverso la richiesta ai cittadini di non partecipare al voto». Il quorum mancò, Fassino esultò: «Lo auspicavamo, la nostra indicazione ha trovato ampio riscontro nel Paese».
E Francesco Storace, ai giornalisti che gli chiedevano perché si fosse astenuto, rispose con una risata: «Obbedisco agli ordini del segretario Fassino».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it