Atene dettava le regole auree dell’insulto

Stando all’etimologia, l’insulto è un atto belluino, un «salto addosso», e tra risse di condominio, zuffe parlamentari, bolge da stadio e tafferugli per un posteggio conteso, con il sonoro dei latrati, chi darebbe torto alla lungimiranza della lingua? Eppure quest’atto border line fra umano e bestiale può rivestirsi di una sarcastica forza d’arte. Ce lo insegnano, come sempre, gli antichi. Un accademico dell’oltraggio è Ipponatte, squallida bohème da vicolo e da postribolo, nella Efeso del VI sec. a.C., uno dalle parole come pietre, se due scultori che l’avevano effigiato brutto com’era finirono con l’impiccarsi, sotto le legnate dei suoi insulti in versi. Ecco come si fa a infangare con eleganza diabolica. Si prende il più alto e puro dei poeti, Omero (per noi Dante, Petrarca o Manzoni), se ne rubano i modi, stravolgendoli a fini di beffa. «Cantami, o diva, quel Cariddi inghiottimare» attacca l’infingardo Ipponatte (Cariddi è il mostro epico che nello stretto di Messina mette a repentaglio i naviganti con il suo risucchio d’acque, immaginiamoci il frastuono della brodaglia sgottata dal ghiottone superlativo, bersaglio dell’insulto) «che nelle viscere ha un trinciante, e mangia ch’è uno schifo!». «Che segaombelichi t’ha pulito, nel bagnetto» tuona contro un altro che non gli stava simpatico «te, marchiato da dio, mentre sgambettavi?». Una cortesia, in fondo, rispetto all’«invertito lampsaceno» con cui gratifica un altro mangione («tonno e spezzatino a garganella, tutti i giorni, in tavola...»), e sapendo che Làmpsaco, un crocevia sull’Ellesponto, era devota allo sboccato Priapo, dio di baccanali e orge, si intuisce la portata dell’invettiva. Non ce n’è solo per i fanti. Ipponatte bastona anche i santi. Nel suo borsellino fioriscono ragnatele e allora se la prende con Pluto, sua santità il Diosoldo: «è guercio tutto» incalza la malalingua «non m’è mai venuto in casa a dirmi - Beh, Ipponatte, ti regalo trenta bei soldini d’argento... - Imbecille d’un Diosoldo!». Del resto i Greci, che esplorarono l’intera geografia del cuore umano, classificavano quattro tipi d’insulto: il «marchio» (Ipponatte docet), la «calunnia», la «parolaccia» scoperta (i latini la chiamavano directa contumelia) e lo skomma, il divertente e raffinato «insulto allusivo». Il mondo animalesco forniva, allora come oggi, un ricco vocabolario. Gettonato era korax, «corvo» (equivalente al nostro «carogna»), ma soprattutto perché le sue sillabe ricordavano kolax, «adulatore, lecchino da strapazzo». Dominava su tutto kyon, «cane», meglio sarebbe dire «cagna», perché nella zoologia greca tutto è al femminile (strisciante misoginia?). Qui gioca l’ambiguità liminare dell’amico dell’uomo, che rientra nella sfera della famiglia (dopo la moglie, i figli, e prima del maiale, secondo Aristofane), ma è sulla soglia, conservando, accanto alla fedeltà, al sodalizio gregario di pastore e cacciatore, a una certa urbanità di modi (mangia carne cotta, dalla tavola del padrone), l’istinto infido a regredire nel lupesco, nel rabbioso. Così, quando Achille abbaia ad Agamennone (che pure è il suo comandante in capo) «faccia di cagna», l’intenzione è di invertire i gradi, ricacciando l’avversario nell’umiliante posizione di ultima ruota del carro, davanti all’assemblea dei sudditi. «Non sei più nel fiore» gracchia Archiloco alla sua ex «la pelle non è vellutata, tutta grinze e solchi, caduto di schianto il bell’incanto dal tuo viso. T’hanno dato il guasto troppe raffiche d’invernali venti... non più petali lisci, sei corteccia e scaglie...». E Orazio: «Secolare, sei, denti neri, fronte inaridita da vecchiaia, natiche secche, seni che cascano, come mammelle di cavalla, e pretendi di piacermi ancora?». Più pacato lo skomma. Come quello di Laberio a Cicerone, che lo respingeva con l’argomento che si stava seduti troppo stretti. «Per forza» replicò Laberio «tu da solo occupi due poltrone». E non alludeva alla mole, ma al doppiogiochismo politico. Uno skomma a pennello per tanti alti papaveri di oggi.