Atenei in rivolta contro il Prof: «La manovra uccide l’università»

I rettori: «Con questi tagli, danni irreparabili». Il capo dell’istituto di Padova: «Rischiamo di chiudere»

Stefano Filippi

La rivolta degli atenei contro la finanziaria parte da Padova, un'università vecchia di quasi 800 anni, una delle più grandi d'Italia. E non è un caso, vista l'aria di bufera che tira nel Nordest. Con una delibera votata l'altro giorno all'unanimità, il consiglio di amministrazione dell’ateneo si rifiuta di restituire all'erario i fondi tagliati dal decreto Visco-Bersani di luglio, ritenuto «gravemente lesivo dell'autonomia garantita dalla Costituzione» e chiede al governo «un drastico cambiamento di rotta nei confronti dell'università per quanto attiene alle previsioni normative contenute nella Legge finanziaria in corso di elaborazione». Dietro il linguaggio aulico si legge la protesta e la ribellione per la chiusura dei rubinetti finanziari.
Nonostante che a pagina 241 del programma elettorale dell'Unione sia scritto che Prodi si sarebbe impegnato ad «aumentare e qualificare decisamente la spesa per l'università e per la ricerca, con regole e modalità che la rendano un investimento per la crescita del Paese», i tagli del governo al mondo accademico sono molteplici e sanguinosi. Il primo colpo di mannaia si è abbattuto a luglio, quando il decreto sulle liberalizzazioni ha imposto agli atenei l'obbligo di restituire il 20 per cento delle somme indicate nel bilancio di previsione per le cosiddette spese intermedie (affitti, acqua, elettricità, pulizie, telefoni, servizi informatici, eccetera).
La tosatura scosse subito i rettori, i quali rischiano di trovarsi senza soldi per riscaldare le aule o far lavorare i laboratori. All'ateneo di Padova, per fare un esempio, sottostare al decreto Visco-Bersani costerebbe 7 milioni di euro. Il rettore Vincenzo Milanesi stima in 150 milioni il taglio complessivo imposto al sistema universitario nazionale.
In estate il ministro Fabio Mussi aveva minacciato le dimissioni se fossero proseguiti gli interventi a scapito delle istituzioni accademiche. Ma la bozza di finanziaria presentata dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa prevede ulteriori potature. Le risorse destinate al diritto allo studio vengono ridotte dai 177 milioni di euro del 2006 a 157: con 20 milioni in meno le Regioni dovranno restringere i conferimenti delle borse di studio. Inoltre gli scatti periodici biennali agli stipendi del corpo docente vengono dimezzati e viene diminuito di circa l'1 per cento il Fondo di finanziamento ordinario per il 2007, col risultato che per la prima volta nel dopoguerra questo fondo diminuisce invece di crescere.
Infine, si introduce un rigido turnover per il nuovo personale a tempo indeterminato (dal ricercatore al fattorino): si potrà assumere soltanto se qualcuno se ne andrà. «In una università giovane, dove probabilmente pochi vanno in pensione o cessano il rapporto di lavoro per altri motivi - si legge in un volantino del Coordinamento delle liste studentesche per il diritto allo studio (Clds) distribuito a tappeto in questi giorni -, non sarà possibile sviluppare una programmazione mirata della crescita degli organici». Ancora peggio per i rapporti a tempo determinato: si potrà assumere personale solo entro il 40% della spesa relativa alle cessazioni avvenute nell'anno precedente.
La difficile situazione del precariato nelle università è stata ricordata ieri a Torino dal capo dello Stato: «Problema molto serio da affrontare in Parlamento», ha detto Giorgio Napolitano. Piero Fassino, segretario dei Ds, ha dovuto riconoscere che «le sollecitazioni del presidente della Repubblica sono giuste. Stiamo individuando le soluzioni possibili per dare maggiori risorse all'università in modo da assicurare la giusta remunerazione a ricercatori e docenti precari». Si cercano i soldi, ma ancora non li hanno trovati.
«Lo stato in cui versa il mondo universitario, già drammatico, è crollato a livelli insostenibili a causa di questi provvedimenti legislativi di cui si cerca di parlare il meno possibile - dice Stefano Verzillo, presidente del Clds -: Mussi sta portando avanti a velocità folle l'operazione "eutanasia dell'università italiana"». «Se la finanziaria non cambia, un vero e proprio tsunami si abbatterà su un milione e ottocentomila studenti e sulle decine di migliaia di ricercatori - fa eco il professor Guido Trombetti, rettore dell’università di Napoli Federico II e presidente della Conferenza dei rettori -. I provvedimenti annunciati nella legge di bilancio arrecherebbero danni irreparabili al sistema accademico italiano. I tagli inferti alla ricerca e all’alta formazione sono insostenibili». Sintetizza il rettore patavino Milanesi: «Stando così le cose, non possiamo garantire l’apertura dell'università: aule, laboratori e dipartimenti rischiano di dover chiudere».